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Motivazione estrinseca, intrinseca e sport
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Sono stati condotti molti studi per cercare di capire cos'è che rende davvero motivati gli atleti, e i risultati non sempre sono stati così intuitivi come ci si poteva aspettare. Si sa, il sogno di ogni allenatore è trovare atleti automotivati che si allenano coscienziosamente, con assiduità, che desiderano esprimere al meglio il proprio potenziale e cooperano in maniera totale col personale che cura la loro preparazione. Ma cos'è, esattamente, la motivazione? Essa può essere definita come ciò che spiega l'inizio, la direzione, l'intensità e la persistenza di un comportamento diretto a uno scopo (De Beni e Moè, 2000).
In ambito sportivo ciò riguarda il riconoscimento dei pari, la fama, premi simbolici e in denaro. Ma questo è il modo per modificare appunto i comportamenti, che sono cosa ben diversa dalla motivazione. Per molto tempo si è creduto che per ottenere il massimo da un atleta bastasse condizionare l'elargizione di premi alla qualità dei risultati prodotti. Alcune persone sono più attratte dal denaro, altri dall'inebriante sensazione di essere considerati i migliori, altri ancora dalla sfida materiale con gli avversari. Effettivamente, l'abilità di riconoscere queste leve può consentire all'allenatore accorto di attivare, talvolta, risorse insperate nell'atleta. Tuttavia, spesso questo non è sufficiente ad assicurare l'assiduità e la continuità del livello di prestazione desiderato. L'atleta veramente eccezionale - che ottiene risultati straordinari rispetto alla media dei suoi colleghi - è tale perché spinto da una passione che gli proviene dall'interno. Non lo fa per i premi. I ricercatori hanno visto, anzi, che un eccesso di ricompense può addirittura far diminuire un livello già buono di motivazione.
Un atleta con forte motivazione di tipo intrinseco gareggia per il puro piacere di farlo. La motivazione estrinseca, diversamente, caratterizza gli atleti che nello sport cercano soprattutto riconoscimenti esterni: la vittoria, la fama, il denaro e via dicendo. Un'altra classificazione che è possibile fare sui tipi di motivazione riguarda il cosiddetto orientamento motivazionale al compito oppure all'ego. Quando è orientato al compito, un atleta desidera confrontarsi con se stesso e ricava piacere dall'apprendere nuove abilità e constatando i suoi miglioramenti. Al contrario, quando l'atleta cerca di dimostrare la propria capacità principalmente attraverso il confronto con gli altri, si sentirà realizzato solo quando tale confronto gli sarà favorevole. Sarà indifferente rispetto alla possibilità di migliorarsi e sarà invece motivato dal desiderio di magnificare il proprio ego. In presenza di motivazione intrinseca e orientamento al compito, la variabile decisiva consiste nella percezione da parte dell'atleta di essere lui stesso il determinante del suo stesso successo, ossia avrà ciò che gli psicologi definiscono un locus of control interno. Viceversa, l'atleta motivato in modo estrinseco e orientato all'ego ripone le proprie aspettative di successo all'esterno di sé, condannandosi inconsapevolmente a subire le conseguenze di una realtà esterna molto più difficile da controllare: il livello di bravura degli avversari, i capricci del pubblico, l'aleatorietà di premi e ricompense e così via. Questi fattori saranno in pratica entrambi presenti: è raro che oggi atleti di buon livello accettino di gareggiare solo per la gloria. Tuttavia, alla base di una prestazione straordinaria vi sarà sempre una solida passione di fare ciò che ci piace di più. Una volta il grande tennista Björn Borg, passato alla storia per i suoi cinque successi consecutivi a Wimbledon, record ineguagliato nella storia moderna del torneo, fu intervistato. Il giornalista gli chiese se fosse in grado di spiegare come avesse fatto a diventare secondo alcuni il più grande tennista di tutti i tempi. "Prendevo il treno", rispose semplicemente. "Come, scusi?" ribatté il giornalista. "I campi d'allenamento erano lontani da dove abitavo e così dopo la scuola prendevo il treno ogni giorno, tutti i giorni, per andare ad allenarmi".
L'allenatore potrà ricorrervi sporadicamente, giocando anche sul senso di orgoglio del giovane per spingerlo a superare i propri limiti, ma un abuso in tal senso finisce alla lunga per produrre effetti negativi. Converrà invece agire indirettamente, favorendo lo sviluppo di un autentico attaccamento alla propria disciplina sportiva. Ciò può essere ottenuto ricompensando non tanto la prestazione di per sé, quanto i piccoli comportamenti di tutti i giorni che denotano che l'atleta si sta davvero appassionando: piccole cose, come l'arrivare puntuale, la costanza negli allenamenti, il rispetto per il proprio corpo, per i compagni di squadra. In tal modo lo sport non è più solo un'occasione di confronto, per mettersi in luce. È anche questo, naturalmente, ma è prima di tutto un microuniverso nel quale si esprimono i valori che contano davvero, e che rendono la vita ancora più degna di essere vissuta. (leggi anche gli altri articoli) |
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| ultima revisione 01/12/09 |
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dr. giuseppe santonocito - psicologo info@incom.fi.it cell. 329 4073565 tel. 055 8734699 firenze, signa |
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