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Quando la scienza non sa comunicare



Quando la scienza non sa comunicare




Società - 27/04/20

L'attuale vicenda del Covid-19 sta fungendo da pettine a denti fini. Molti nodi, competenze e incompetenze sono state esposte senza pietà.

C'è una differenza che di solito passa inosservata, tuttavia fondamentale, fra scienza e tecnologia.

Vediamo le caratteristiche dell'ultimo modello di telefonino e pensiamo agli enormi progressi della scienza. Usiamo il computer o guidiamo l'auto e non possiamo che restare meravigliati di fronte a ciò che la mente umana, attraverso la scienza, è riuscita a creare. Ci guardiamo d'attorno quando usciamo (quando uscivamo) e gli edifici, i supermercati, le città, tutto questo, ci diciamo, è opera della scienza.

Persino quando si va dallo psicologo per i propri problemi personali, non sempre ci si rende conto che la persona che ci aiuterà, pur essendo psicologo, quindi qualcuno che ha studiato una disciplina scientifica, lo potrà fare solo in quanto psicoterapeuta.

Dispositivi, edifici, città e psicoterapia risultano dall'applicazione diretta di tecnologie. Dalla scienza, la tecnologia discende - e nemmeno sempre - indirettamente.

Comunicazione

Semplificando al massimo, la scienza si occupa più del perché, la tecnologia del come. La scienza è più teoria, la tecnologia è applicazione, puro pragmatismo.

Molte volte la tecnologia è la fase successiva di un processo di ricerca scientifico: gli scienziati studiano un certo fenomeno e poi, applicando i risultati di tali studi, si creano prodotti utili. Avviene anche il contrario, come nel caso del motore a reazione degli aerei con cui viaggiamo (viaggiavamo), che prima è stato inventato e del quale solo in un secondo momento si sono scoperte le leggi della fluidodinamica che lo fanno funzionare.

Esiste anche la serendipity: si studia un certo fenomeno e se ne scopre per caso un altro: la Pfizer che studia un farmaco per cardiopatici e inventa il Viagra.

Perché questa premessa?

La tecnologia si basa sui risultati ed è quindi più facile da vendere. Sia in senso figurato che letterale. La scienza, purtroppo, spesso non riesce ad avere lo stesso appeal. Se ti faccio vedere un computer o un telefono in funzione, ti posso dimostrare subito quanto è più veloce, quanto il suo schermo è più nitido del modello precedente e quindi ti sto dando ragioni per comprarlo. Lo scienziato che vuole convincerti dell'importanza della danza delle api, però, avrà vita più difficile ("A che mi serve saperlo?"). A meno che non sia tu stesso un altro scienziato.

La tecnologia offre certezze, la scienza meno. La scienza ti può dire che, allo stato attuale della ricerca e sotto certe condizioni, sembra che le cose vadano in un certo modo. La scienza sta alla tecnologia come il settore ricerca & sviluppo dell'azienda sta al reparto vendite. Senza il secondo, il primo non può campare. E infatti la ricerca scientifica di solito è sovvenzionata a fondo perduto, mentre la tecnologia si ripaga da sé, vendendo i propri prodotti.

Ora, nella vicenda del Covid-19, un comparto che ne sta uscendo molto male sul piano dell'immagine è per l'appunto quello scientifico (non parliamo di quello politico).

La capacità della scienza di tenere alto il proprio buon nome ne esce appannata, volendo essere generosi. Ciò a causa di una colossale incapacità comunicativa dimostrata nei confronti del largo pubblico. Rispetto alla tecnologia, la scienza ha già una difficoltà in più nel vendersi, ma stavolta ci si è messa d'impegno nel rendersi le cose più complicate del necessario.

Fin dall'inizio della vicenda gli scienziati hanno ceduto alla perversa seduzione dell'intervista televisiva e invece di far uso di cautela, come etica e logica vorrebbero di fronte a ogni fenomeno relativamente nuovo, hanno fatto a gara nel diffondere notizie in aperta contraddizione l'una con l'altra.

Il rischio contagio in Italia è zero. E poi in alcune regioni è strage. Le mascherine non servono, quindi è meglio renderle obbligatorie. Uscite pure e ottenete l'immunità di gregge. No, nel nostro paese, no. Se uscite vi denunciamo. Il vaccino è in arrivo, ma ci vorranno mesi. Anzi, non si sa quando sarà pronto. Per altri virus il vaccino ancora non esiste, ma state tranquilli che stavolta faremo presto.

È chiaro che gli addetti ai lavori sono al corrente del grado d'incertezza insito in qualunque teoria. Eppure gli stessi scienziati che così spesso - e giustamente - raccomandano che ognuno si occupi del proprio campo e di non dare retta a tutte le falsità che si sentono in giro, si sono loro stessi trasformati in organizzatori di tale gioco!

Fra premi Nobel autentici, di seconda scelta, ronin esiliati e medici cancellati dall'Albo, quali sarebbero, esattamente, le notizie "vere" a cui il pubblico dovrebbe prestar fede e far riferimento?

Personalmente sono sempre stato a favore dei vaccini in generale. Considero le posizioni degli antivaccinisti inutilmente estremizzate, dimenticano che in passato i vaccini hanno salvato molte vite.

D'altra parte oggi, con un industriale miliardario riciclatosi filantropo salvatore dell'umanità, dopo aver perso le speranze come produttore di sistemi operativi per computer, che annuncia con la più grande naturalezza che "non potremo tornare alla normalità fino a che tutti gli abitanti della terra non saranno stati vaccinati" - eccetto i suoi figli, ai quali in passato aveva già detto che non ne avrebbe fatto somministrare alcuno - e con tutte le notizie contraddittorie malamente propalate da una moltitudine di esperti che appaiono a volte autisticamente in contrasto con il senso comune, confesso che non riuscirei a sentirmi sicuro nel farmi iniettare una sostanza messa insieme in fretta e furia, prodotta da Bill Gates o da altri. Non per acquisita contrarietà ai vaccini, ma perché il metodo e il processo in questo caso sono sbagliati.

Non mi pare siano stati ancora prodotti studi epidemiologici convincenti su come i vari ceppi di questo virus attaccano l'uomo. Se risultasse che solo una parte della popolazione ne sarebbe affetta, ad esempio solo gli anziani o i portatori di certe condizioni, perché vaccinarsi tutti? Se non sbaglio, i vaccini antinfluenzali attuali sono consigliati soprattutto alle persone in età avanzata. Inoltre in altri paesi, come quelli dell'ex blocco sovietico, se la sono cavata molto meglio di noi. Quindi andrebbe innanzitutto capito perché. E poi trovata una soluzione di conseguenza, che tenga conto della diversità di condizioni.

Sarebbe facile cedere a un'ottica complottista, eppure altrettanto difficile pensare che qualcuno non stia vedendo l'ora di trarre un bel vantaggio da questi eventi. Magari per serendipity. Sia chi vende, sia chi inventa un prodotto sono entrambi incentivati a venderne di più. Il primo per guadagnare, il secondo per vedere valorizzato il proprio lavoro.

Anticipo qualunque critica del tipo "eh ma tu non sei virologo biologo infettivologo sei uno psicoterapeuta quindi non hai titolo per parlare di queste cose" e rispondo che se uno psicologo ha le idee più lucide di altri, la colpa non è dello psicologo. È di chi apre bocca senza prima mettersi d'accordo con i colleghi, ottenendo in tal modo di far fare a tutti una pessima figura.

Il medico che vede ogni giorno pazienti e non sta tutto il giorno in laboratorio, ne è perfettamente consapevole. Non si azzardano diagnosi a cuor leggero.

Altrimenti il rischio è di incorrere proprio nell'errore che debunker e scettici denunciano nei confronti delle pseudoscienze: quello di fare dichiarazioni non verificate.
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