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L'inutilità del preoccuparsi: perché rimuginare non serve



L'inutilità del preoccuparsi: perché rimuginare non serve




Ansia/panico - 03/01/19

Preoccuparsi è una delle attività non solo più inutili, ma più ingannevoli di questo mondo.

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A meno che la preoccupazione non riesca a farci identificare una soluzione pratica per prevenire un certo evento negativo che temiamo, rimuginare è quasi sempre un surrogato, un modo che le persone escogitano per sentirsi attive, quando invece stanno solo creando stress non necessario.

Il cervello è quell'organo che la natura ci ha fornito senza manuale d'uso, e sprovvisto di un interruttore per spegnerlo. Deve sempre lavorare a qualcosa.

Perciò, quando non trova argomenti a cui applicarsi, se ne crea di fittizi. Questo ci fornisce l'illusione di essere produttivi, e invece l'energia che viene prodotta va tutta sprecata, in fumo.

Il primo passo per smettere di preoccuparsi consiste in una scelta di campo: è necessario, anzi indispensabile, accettare che le preoccupazioni che ci attanagliano sono inutili e poco importanti. È necessario convincersene nell'intimo, cambiando la sensazione di urgenza in una di serena indifferenza.

Badate bene: ho scritto "scelta di campo" di proposito.

Infatti, benché il paziente ansioso sia il primo a riconoscere la scarsa probabilità del verificarsi di ciò che teme, ha un'estrema difficoltà nel lasciare andare la presa, nel degradare l'importanza di ciò che sente al rango di "spazzatura", anziché continuare a mantenerlo su quello di "estremamente urgente".

Perché, dopotutto, "lo sento, quindi deve essere importante".

Giusto? Non proprio.

Illusione numero uno del paziente tipo: siccome lo sento, allora deve essere vero.

Chi mi legge sa quanta importanza attribuisco allo sfatare tale illusione se un reale progresso deve essere fatto per liberarci dalla morsa dell'ansia (e in molti casi, della depressione).

In un certo senso, il paziente ansioso e quello depresso sono troppo creduloni: danno per scontato che ciò che sentono, pensano o credono sia la realtà. Non solo la loro realtà, ma proprio la realtà ontologica del mondo, per quello che è.

Invece occorre disfarsi di questa superstizione, di questo mito che vede al centro sempre se stessi come fulcro dell'universo.

È solo accettando l'esistenza di altri punti di vista, altre possibilità e altre sensazioni oltre a quelle di cui disponiamo al momento, che si può produrre un cambiamento radicale e duraturo.

E questo passa necessariamente per la scelta di campo di cui sopra.

È come quando dobbiamo rinnovare il guardaroba, ma non troviamo la forza di gettare o donare prima gli abiti vecchi, perché "ci siamo ancora affezionati".

Finché non decidiamo di fare spazio nell'armadio, non ci sarà posto per il nuovo. E così il vecchio continuerà a farla da padrone.

Quando una terapia strategica per l'ansia fallisce, di solito è proprio perché la persona, in fondo, non è disposta a fare posto nell'armadio. Vorrebbe che il terapeuta glielo allargasse, l'armadio, oppure vorrebbe convincerlo che i suoi vecchi abiti, cioè le sue preoccupazioni, hanno ancora una loro utilità. Convincere l'altro per convincere se stessi.

Peccato che non funzioni in questo modo.

L'armadio (la coscienza) ha una capacità limitata: per far entrare qualcosa di nuovo, è necessario prima lasciarne fuori altre.
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