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Perversioni e saudade



Perversioni e saudade




Cultura - 07/12/08

Che cos'è una perversione?

Fino a non molto tempo fa, la psichiatria classificava come perversione qualsiasi comportamento inusuale rivolto alla ricerca del piacere, soprattutto sessuale. Al fine di ottenere una classificazione più rigorosa - e più politically correct - il termine "perversione" è stato poi sostituito con "parafilia". Il primo dei due suscita sempre una sensazione sgradevole in chi lo ascolta, mentre il secondo, molto meno diffuso, è più neutrale.

Ma il senso originale rimane: una perversione è qualcosa che provoca piacere ma che, secondo il senso comune, non dovrebbe. Il Dizionario della Lingua Italiana Sabatini Coletti definisce perversione come: "un allontanamento, una deviazione dalle norme generalmente riconosciute, in particolare in ambito morale e sociale [...]"

Qualsiasi comportamento può diventare oggetto di perversione, persino quelli più sgradevoli. Si veda ad esempio il vomiting, disturbo alimentare nel quale la paziente impara ad associare piacere all'atto di vomitare. O la restrizione anoressica, doppiamente perversa perché trae piacere dalla rinuncia al piacere stesso. In fondo, i centri cerebrali del piacere sono sempre quelli: è solo che persone diverse imparano a collegarli a situazioni diverse.

E se un individuo può essere considerato perverso rispetto a una cultura di riferimento, può una cultura essere considerata perversa rispetto a un'altra cultura?

Nei paesi sudamericani, curiosamente, esiste un fenomeno che, secondo le definizioni viste prima, agli occhi di noi europei potrebbe essere considerato una perversione. Il fenomeno consiste nella cosiddetta saudade, parola portoghese per l'appunto intraducibile e di solito malamente tradotta con nostalgia, o qualcosa del genere.

Molti brasiliani, ma l'osservazione potrebbe valere anche per gli abitanti di altri paesi dell'America del Sud, come ad esempio l'Argentina, sono soliti indulgere in situazioni e sensazioni che normalmente provocherebbero tristezza, ma che invece a loro danno piacere. Oppure, che è lo stesso, inserire tristezza in situazioni che sarebbero di per sé allegre, e ricavare piacere da tale tristezza.

Mi rendo conto che la cosa possa apparire un po' contorta per chi non l'avesse mai osservata in prima persona.

L'esempio più impressionante di quanto sto dicendo lo ebbi la prima volta, quando passai il mio primo Natale a Salvador nel 1986. Mentre festeggiavamo, nel gruppo di persone in cui mi trovavo mi resi conto che la maggior parte di loro ogni tanto piangeva, singhiozzava o sembrava triste. Eppure, era Natale.

Pensai: "Dev'essere commozione per la festa, il mare, le candele, la musica". Ma il giorno dopo, una delle ragazze che era con me sulla spiaggia incontrò un'amica, mentre passeggiavamo insieme lungo l'Avenida Sete, e le due iniziarono a conversare in maniera entusiasta. La mia amica chiese all'altra: "Allora, ieri sera anche voi avete festeggiato il Natale?" e questa rispose, piena di passione: "Sììì, certo...! E abbiamo pianto tutti! È stato così bello...!" E la mia amica a sua volta replicò con altrettanta passione, descrivendo come anche tutti gli altri nel nostro gruppo si fossero commossi e avessero pianto - eccetto me, oviamente: per me il Natale era ancora la festa dell'albero, di Babbo Natale, dei doni e tutto il resto.

Altri comuni esempi di saudade si hanno quando un brasiliano se ne sta ad ascoltare per ore e ore canzoni tristi, ricavandone gioia e piacere. Oppure quando due di loro parlano di eventi e situazioni passate finite male e, stranamente, restandone sollevati e rincuorati.

Del resto il fado, la musica popolare portoghese triste e malinconica, è indissolubilmente legata all'idea di saudade. Fado è saudade, e saudade è fado.

Ogni cultura o ceppo culturale ha le sue particolarità ed è difficile capirle se non le si è sperimentate in prima persona. È un po' come il sapore dei frutti esotici: difficili da spiegare a chi non li abbia mai assaggiati.

Forse, a volerla vedere da un altro punto di vista si potrebbe dire che il brasiliano è più abituato di noi europei ad avere a che fare con le emozioni. E mentre a molti di noi spaventa un po' lasciarsi andare e vivere ciò che sentiamo nel momento presente, per loro questo è molto più naturale. E forse deriva proprio da questo l'attrazione fatale che proviamo per questa terra, più triste eppure più allegra di noi.
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