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Perché non dovremmo amarci per quello che siamo



Perché non dovremmo amarci per quello che siamo




Filosofia - 03/10/16

L'importanza di amare se stessi è un ritornello diffuso da molti guru e libri di auto-aiuto.

Non dovremmo amarci semplicemente per quello che siamo

Ma un ricercatore di Harvard, Micheal Puett, sostiene che amarsi per ciò che si è, difetti compresi, può rivelarsi dannoso. Puett ha pubblicato quest'anno un libro sulla filosofia cinese e sostiene che gli antichi filosofi di questo paese avrebbero disapprovato con forza l'odierna propensione per l'auto affermazione.

La rivista online Quartz ha intervistato Puett sulle possibilità esistenti di applicare il pensiero filosofico alla vita di tutti i giorni. Cosa hanno da insegnarci i grandi pensatori del passato su lavoro e carriera? Le persone possono davvero cambiare? La filosofia può insegnarci qualcosa sulla ricerca del vero amore?

Gli studi sulla filosofia cinese di Puett si rivolgono, ad esempio, al dilemma se accettarci così come siamo oppure sforzarci di cambiare ed evolverci rispetto al nostro modo fondamentale di essere. E a proposito, esiste davvero un "modo fondamentale di essere"?

«Molti di noi danno per scontato che ciascuno dovrebbe guardarsi dentro, trovare il suo vero sé e provare ad aderirvi nel modo più completo possibile, vivendo in armonia con esso» dice Puett. «Ma ciò presuppone che noi avremmo un sé stabile».

Di contro, gran parte del pensiero filosofico derivato da Confucio vede il sé come un coacervo confuso prodotto dall'abitudine, più che come un'essenza interna definita. «Fin dalla più tenera età costruiamo dei modelli di risposta all'ambiente. Questi modelli si cristallizzano e diventano ciò che alcuni chiamano erroneamente personalità».

Pertanto, amando noi stessi e abbracciando ogni nostra idiosincrasia e difetto, non facciamo altro che rinforzare più che mai tali schemi comportamentali. Dal punto di vista dell'antica filosofia cinese raccontare a se stessi, ad esempio, che si è bravi a vedere l'insieme, ma meno bravi a maneggiare i dettagli, oppure che si ha la tendenza ad arrabbiarsi per le piccolezze, è la peggior cosa che potremmo fare.

L'idea che il sé sia in larga parte composto da rituali non riconosciuti la troviamo in Confucio e nei teorici che lo seguirono. Nello stesso periodo lo Zhuangzi, una raccolta dell'omonimo filosofo di scritti taoisti risalenti al quarto secolo A.C., saggiava i modi in cui ognuno può allenarsi a rompere e liberarsi da tali schemi.

A volte ci rendiamo conto di avere una cattiva abitudine e cerchiamo di comportarci in modo diverso. Ma la maggior parte degli schemi di comportamento che formiamo restano inconsapevoli e alcuni di essi, più insidiosi, possono essere i più dannosi.

Perciò questi pensatori affermano che dovremmo cercare sempre di variare i comportamenti. Ad esempio salutando le persone ogni volta in modo leggermente diverso. Non importa se ciò ci renda o meno "migliori", è la variazione che è importante.

«Iniziare a usare toni di voce leggermente diversi, guardare le persone in modo diverso» dice Puett. «Facendo ciò, ci si rende conto di quanto siamo degli animali abitudinari».

Sebbene questi concetti siano stati scritti più di duemila anni fa, alcune recenti scoperte nel campo della psicologia supportano la nozione che siamo davvero creature abitudinarie. Puett menziona uno degli ultimi lavori di Daniel Kahneman, Pensieri lenti e veloci - che analizza, fra le altre cose, il potere delle scorciatoie cognitive - come esempio di moderna corrispondenza psicologica all'antico pensiero cinese.

La raccomandazione di non amare né accettare pedissequamente ogni nostro difetto può sembrare fredda e persino nichilista. Ma il fatto è che l'immagine di un essere umano animato da un "vero sé" o dotato di "libero arbitrio" - libero poi da cosa, esattamente? - viene a essere progressivamente smentita.

L'unica costante della vita è il cambiamento. Vita significa e implica un cambiamento continuo. Tanto vale fare uno sforzo per adattarsi, perché solo ciò che riesce ad adattarsi riesce a sopravvivere. Come il surfista che non può immaginare di controllare le onde, può solo imparare a cavalcarle e, in tal modo, procedere verso riva.

Bibliografia

Olivia Goldhill, 2016. A Harvard philosopher's argument for not loving yourself just as you are. Quartz online.
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