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Perché ai veterani manca la guerra

società - 10/12/15 - 17:06

In questo video Sebastian Junger, giornalista e documentarista, cerca di dare risposta al perché del fenomeno secondo il quale molti reduci di guerra sentono la mancanza dei giorni in cui hanno combattuto a fianco dei propri compagni. Ciò ha rilevanza dal punto di vista psicologico e può servire a gettare luce, di riflesso, su alcuni aspetti della vita civile nei grandi centri urbani.



Interessanti e di completamento sono i commenti in fondo alla pagina - in inglese - fra cui diversi a firma di reduci di guerra. Molti di loro sembrano concordare sull'opportunità di fornire maggior attenzione e supporto ai veterani, una volta tornati alla vita civile. Alcuni auspicano che sarebbe bello poter ricreare anche nella vita civile le stesse condizioni per l'esistenza di legami altrettanto forti e leali fra le persone. Non dobbiamo però farci troppe illusioni; il fenomeno è indotto dalle condizioni estreme che i campi di guerra creano, condizioni difficile da ricreare nella vita di tutti i giorni.

Il tema è lo stesso trattato in American Sniper, la recente e discussa pellicola di Clint Eastwood.

Chiunque abbia partecipato a esperienze formative come i T-Group, potrà riconoscere sensazioni per certi aspetti affini a quelle descritte, sebbene in un contesto completamente diverso.

Segue la trascrizione adattata del video.

«Cercherò di dare risposta a una domanda scomoda. Sia civili che militari ovviamente soffrono, in guerra. Credo che nessun civile abbia mai sentito la mancanza della guerra. Ma nella mia esperienza quasi ventennale di documentarista di scenari di guerra, mi ha sempre colpito il numero di militari che invece si sono trovati a sentirne la mancanza.

Com'è possibile passare per la peggiore delle esperienze immaginabili, tornare a casa dalla propria famiglia, nel proprio paese, e iniziare a sentirne la mancanza? Cosa significa?

Dovremmo cercare di dare risposta a tali interrogativi, perché se non lo facciamo sarà difficile reinserire i soldati nei posti che occupavano in società, e perché potrebbe essere impossibile fermare le guerre se non capiamo cosa succede.

Il problema è che le cose, in guerra, non sono così nette, Non c'è un'unica verità semplice e chiara.

Qualsiasi persona sana di mente detesta la guerra, l'idea stessa di guerra, vorrebbe non averci mai a che fare. Vuole starne lontano e non saperne nulla. Questo è l'atteggiamento sano nei confronti della guerra. Ma se in questa sala io chiedessi di alzare la mano a tutti coloro che hanno speso dei soldi per andare al cinema a vedere un film di guerra, la maggior parte di voi probabilmente la alzerebbe. Questo è il motivo per cui la guerra è complicata. E se una sala piena di persone pacifiche la trova avvincente, figuriamoci dei ragazzi di 20 anni addestrati al combattimento.

Come dicevo ho documentato scenari di guerra per quasi 20 anni. Tuttavia, l'esperienza di combattimento più intensa è stata con l'esercito americano in Afghanistan. Sono stato in Africa, Medio Oriente, in Afghanistan nel 1990, ma solo nel 2007 e 2008 a fianco dei soldati americani mi sono trovato di fronte a un combattimento davvero serrato.

Eravamo in una piccola vallata chiamata Valle Korengal nell'Afghanistan orientale. Era lunga sei miglia. C'erano 150 uomini della Battle Company e per un certo tempo, mentre mi trovavo là, il 20% circa di tutti i combattimenti nell'intero Afghanistan stavano avvenendo in quelle sei miglia. Quei pochi uomini assorbirono quasi un quinto di tutti i combattimenti di tutte le forze NATO nel paese, per un paio di mesi. È stata un'esperienza intensa. Passavo la maggior parte del tempo in un piccolo avamposto chiamato Restrepo. Il nome l'aveva preso dal medico di plotone rimasto ucciso dopo un paio di mesi dal dispiegamento. Era fatto di baracche di compensato aggrappate al fianco di un crinale, di sacchi di sabbia, bunker e postazioni di fuoco. Con me c'erano 20 uomini del Secondo Plotone della Battle Company. Non c'era acqua corrente. Non c'era modo di farsi un bagno. Gli uomini restavano là in turni di un mese e non si toglievano mai i vestiti. Combattevano, lavoravano, dormivano negli stessi vestiti, senza toglierli mai e alla fin del mese, tornati al quartier generale, erano diventati inutilizzabili. Li bruciavano e si facevano dare un corredo nuovo. Non c'erano internet, telefoni, nessuna comunicazione con l'esterno. Non c'era cibo cucinato, né nulla di tutto ciò che di solito i giovani uomini amano: niente macchine, niente ragazze, televisione. Nulla, eccetto il combattimento.

Mi ricordo un giorno di primavera, faceva un caldo terribile. Erano due settimane che non ci stavano più attaccando. L'avamposto veniva attaccato di continuo, eppure da due settimane sembrava tutto fermo. Tutti erano storditi dalla noia e dal caldo. Mi ricordo un sottotenente che mi passò accanto, a torso nudo. Faceva un caldo da morire. E questo, a torso nudo, mi passa d'accanto e dice: "Dio, per favore fa' che qualcuno ci attacchi oggi!" Tanto erano annoiati. La guerra è anche questo: un sottotenente che ti passa accanto e dice: "Per favore, fate che succeda qualcosa perché qui stiamo impazzendo".

Per capire ciò bisogna fermarsi un attimo e pensare al combattimento non in modo morale, ma neurologico. Pensiamo a cosa succede nel cervello quando combattiamo. Si tratta di un'esperienza alquanto strana, diversa da quanto ci si potrebbe aspettare. Di solito non si ha paura. A me è successo di avere paura, in guerra, ma raramente durante il combattimento. Ho avuto molta paura prima e una paura enorme dopo, e la paura che viene dopo può durare anni. Non sono mai stato colpito in sei anni, eppure una mattina mi sveglio di colpo da un incubo dove ero stato mitragliato da un aereo. Mai sono stato mitragliato da un aereo, eppure stavo avendo un incubo di questo tipo.

Poi c'è questa bizzarra visione tunnel. Si percepiscono alcuni dettagli in modo molto preciso, mentre il resto cade completamente fuori dal campo visivo, come in uno stato alterato di coscienza. Una quantità enorme di adrenalina viene pompata dal corpo. E come sappiamo, i giovani farebbero di tutto per provare questa sensazione. È una cosa che abbiamo programmata dentro, supportata dal sistema ormonale. Sappiamo che il tasso di mortalità nei ragazzi dovuto a violenza e incidenti è sei volte maggiore di quello delle ragazze, a causa di tutte quelle stupidaggini che i ragazzi di solito fanno: buttarsi da dove non ci si deve buttare, dare fuoco a cose che non andrebbero incendiate e altre cose del genere.

Si può immaginare come tutto ciò entra in gioco durante il combattimento. A Restrepo, ognuno degli uomini era stato quasi ucciso una o più volte, incluso me e incluso il mio buon amico Tim Hetherington, che venne poi ucciso in Libia. Avevano fori di proiettile nelle uniformi, dai colpi che avevano attraversato il tessuto senza toccare i loro corpi.

Una mattina me ne stavo appoggiato ai sacchetti di sabbia, c'era poco movimento. Ero svagato, stavo sognando a occhi aperti. A un certo punto della sabbia venne spinta di lato e mi arrivò in faccia. I proiettili viaggiano a una velocità molto maggiore di quella del suono, perciò quando qualcuno ti spara da diverse centinaia di metri, prima ti arriva addosso la pallottola e poi, circa mezzo secondo dopo, ne senti il suono. Quindi a me arrivò prima in faccia della sabbia e mezzo secondo dopo sentii il ta-ta-ta-ta-ta della mitragliatrice che aveva iniziato a spararmi. Era la prima raffica di uno scontro a fuoco che durò un'ora. La pallottola colpì il sacchetto a circa 10 cm dalla mia faccia. Immaginate, pensate un attimo - perché io vi giuro che l'ho fatto - a quanto sono stato fortunato. Da 400 metri mi mancarono per 10 cm. Fatevi i conti. E ogni uomo là era passato per esperienze così almeno una volta, se non parecchie volte.

In totale restarono là un anno e poi tornarono a casa. Alcuni lasciarono l'esercito con problemi psicologici gravi, altri restarono nell'esercito e stavano abbastanza bene dal punto di vista mentale. Ero diventato molto amico di un tipo di nome Brendan O'Byrne e lo sono tuttora. Tornato negli Stati Uniti, decise di lasciare l'esercito. Una sera andai a una festa e invitai anche lui a venire con me. Attaccò discorso con una donna, una mia amica, che sapeva che Brendan ne aveva viste di tutti i colori, laggiù. Gli chiese: "Brendan, c'è qualcosa che ti manca dell'Afghanistan, della guerra?" Lui ci pensò a lungo e alla fine rispose: "Signora, mi manca quasi tutto". E lui è una delle persone più traumatizzate da quella guerra che mi sia capitato di vedere. "Signora, mi manca quasi tutto".

Ma di che stava parlando? Non è uno psicopatico. Non è che gli mancasse il sangue o uccidere le persone. Non è matto. Non sente la mancanza dei proiettili sparati addosso o vedere i propri amici mentre vengono uccisi. Allora cos'è che gli manca? Dobbiamo rispondere a questo. Se vogliamo fermare le guerre, dobbiamo rispondere a questa domanda.

Io credo che ciò che gli manca sia la fratellanza. In un certo senso, gli manca l'opposto dell'uccidere. Gli manca il senso di comunanza con gli altri uomini con cui è stato.

La fratellanza è differente dall'amicizia. L'amicizia fa parte dello stare in società: più vuoi bene a qualcuno, più sei disposto a fare per lui. Ma la fratellanza non ha niente a che vedere con ciò che senti per l'altro. Parte tutto da un accordo reciproco, all'interno di un gruppo, in virtù del quale si mette il benessere di quel gruppo, e quindi di tutti coloro che ne fanno parte, al di sopra del proprio. È come dire: "Io amo queste persone più di me stesso".

Brendan era stato capo di una squadra composta da tre uomini e aveva sfiorato molte volte la morte per un soffio. Ma questo non gli importava. La cosa peggiore che gli capitò, invece, mentre si trovava in Afghanistan, fu che uno dei suoi uomini fu colpito da un proiettile alla testa, sull'elmetto, che lo buttò per terrà. Pensavano fosse morto. Si trovavano nel mezzo di uno scontro a fuoco violento ed esteso. Nessuno sapeva cosa fare e un minuto dopo Kyle Steiner si alzò dal mondo dei morti e riprese conoscenza. Il colpo lo aveva solo fatto svenire. Guardò l'elmetto. Raccontò, più tardi, che in stato di semi-incoscienza sentì gli altri dire: "Hanno colpito Steiner alla testa, Steiner è morto!" mentre pensava: "No, non sono morto". Dopo quell'episodio, Brendan si rese conto che non era in grado di proteggere i suoi uomini. Quella fu l'unica volta che pianse, in Afghanistan. Questa è la fratellanza.

Non è un'invenzione recente. Molti di voi avranno probabilmente letto L'Iliade. Achille avrebbe certamente rischiato o dato la propria vita per salvare l'amico Patroclo. Nella Grande Guerra si hanno notizie di molti casi di soldati feriti, portati all'ospedale di campo, poi fuggiti dall'ospedale contravvenendo agli ordini, scavalcando finestre e uscendo di soppiatto per tornare in prima linea insieme ai propri fratelli.

Proviamo ora a pensare a uno come Brendan e a tutti i soldati passati per esperienze simili, uniti da un legame di questo tipo, in un piccolo gruppo in cui si amano gli altri componenti del gruppo più di se stessi. Immaginiamoli ritornare a casa nella società insieme a noi, senza sapere su chi poter contare, senza sapere chi li ama, chi possono amare, senza sapere esattamente chi fra quelli che conoscono sarebbe disposto a fare cosa nel caso ce ne fosse il bisogno. Dev'essere terribile. In confronto a questo tipo di alienazione, la guerra in fondo dev'essere semplice, psicologicamente. Questo è ciò che manca loro, che dovremmo capire e forse in qualche modo aggiustare, nella nostra società.»



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Giuseppe Santonocito è psicologo psicoterapeuta e riceve a Firenze e Signa, vedi la sezione contatti.

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Leggi anche l'articolo sul problem solving strategico.

Bibliografia:

Lambert M J, Vermeersch D A, 2002. Effectiveness of Psychotherapy. In Elsevier Encyclopedia of Psychotherapy, 709-714, Elsevier Science, USA.



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