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Siamo speciali rispetto agli altri animali?



Siamo speciali rispetto agli altri animali?




Evoluzione - 10/08/11

Il primatologo Frans de Waals sostiene nel suo ultimo libro (The Age of Empathy, L'età dell'empatia, 2009) che gli umani non avrebbero nulla di radicalmente diverso dalle altre specie. Alcune persone, soprattutto quelle molto religiose, rifiutano l'idea che altri animali possano condividere con noi le stesse caratteristiche fisiche ed emotive essenziali.

C'è un interessante passaggio nel libro (pagg. 206-208 dell'edizione originale) dove si ipotizza che quest'idea erronea, propria del Cristianesimo, dell'Ebraismo e dell'Islam sarebbe sorta perché le zone geografiche in cui tali religioni sono nate non contenevano nessuno dei nostri parenti non umani più vicini, i primati:

«Per il darwinista non c'è niente di più logico del presupposto di una continuità emotiva con altre specie. Io credo che la riluttanza a parlare di emozioni negli animali abbia meno a che fare con la scienza che con la religione. E non religioni qualsiasi, ma quelle sorte in luoghi privi di animali che ci assomigliano. Nelle zone dove le scimmie sono presenti a ogni angolo di strada, nessuna cultura ha mai prodotto religioni che collocano gli esseri umani all'infuori della natura. Così in Oriente, circondati da primati nativi in India, Cina e Giappone, le religioni non hanno tracciato una linea netta fra gli esseri umani e gli altri animali. La reincarnazione avviene in molti modi: un uomo può diventare un pesce e un pesce rinascere dio. Solo le religioni giudaico-cristiane collocano l'uomo su un piedistallo, facendone la sola specie dotata di anima. Non è difficile capire come i nomadi del deserto siano potuti arrivare a tale conclusione: senza animali simili in cui rispecchiarsi, l'idea di essere soli dev'essere giunta loro naturale. Si vedevano creati a immagine e somiglianza di Dio, la sola forma di vita intelligente sulla terra. Persino oggi ne siamo così convinti che ci mettiamo a cercare tali forme di vita su altri pianeti e galassie.

«È quanto mai rivelatore il modo in cui gli uomini occidentali reagirono, una volta trovato che altri animali erano capaci di sfidare questo preconcetto. Quando si trovarono di fronte le prime scimmie, non credettero ai loro occhi. Nel 1835 uno scimpanzé maschio arrivò allo zoo di Londra, vestito da marinaretto, seguito da un orango-tango femmina in abito da signora. La Regina Vittoria si recò all'esibizione e rimase inorridita: apostrofò le scimmie come "spaventose, dolorosamente e sgradevolmente umane". Questo era il sentimento diffuso allora e ancora oggi c'è chi definisce le scimmie "disgustose". Com'è possibile, se non perché le scimmie fanno venire in mente cose cui preferiremmo non pensare? Quando le stesse scimmie di quello zoo furono studiate dal giovane Charles Darwin, non poté fare a meno di condividere lo stesso sentimento della Regina Vittoria, ma senza la repulsione. Darwin concluse che chiunque fosse convinto della superiorità dell'uomo, dovesse correre a dare un'occhiata a quegli animali. [...]

«Quando si tratta di caratteristiche che non ci piacciono di noi stessi, la continuità non è un problema. Finché le persone uccidono, stuprano o si maltrattano le une con le altre siamo svelti a incolpare i geni. La guerra e le aggressioni sono tratti genetici riconosciuti e a nessuno vengono in mente le scimmie come confronto. Ma quando sono in questione i tratti nobili, la continuità diventa problematica. Alla fine di una lunga carriera molti scienziati non possono fare a meno di redigere una tabella che illustra cosa ci distingue dai bruti. Lo psicologo americano David Premack elenca il ragionamento causale, la cultura e la capacità di mettersi nei panni di un altro, mentre il suo collega Jerome Kagan indica linguaggio, moralità, empatia e comportamenti consolatori. Come quando un bambino salta in braccio a sua madre che si è appena fatta male. Bell'esempio, quest'ultimo, peccato non sia esclusivo della nostra specie. Ma il punto che tengo a sottolineare non è se queste distinzioni siano reali o immaginarie, ma perché debbano essere tutte a nostro favore. Dopotutto, gli esseri umani non sono unici anche per ciò che riguarda tortura, genocidio, inganno (*), sfruttamento (**), indottrinamento e distruzione ambientale? Perché le liste di caratteristiche uniche all'essere umano devono essere tutte positive e avere questo tono di compiacimento?»

Questa è una delle ragioni fondamentali per cui le religioni giudaico-cristiane trovano così difficile conciliarsi con la scienza. Si sono chiuse nel dogma secondo cui l'essere umano sarebbe diverso in modo discontinuo dalle altre specie, mentre la scienza sta progressivamente mostrando che tutte le specie giacciono sul medesimo continuum, senza confini netti. Per queste religioni è impossibile accettare l'idea che ciò che rende umani noi sono le stesse cose possedute dagli altri animali, solo in quantità differente.

Le persone di fede continuano a cercare quella scintilla di fuoco divino che le rassicura rispetto alla loro unicità, credendo che il loro dio tenga a loro in modo speciale. Eppure falliscono in questa ricerca, perché l'anima (in mancanza di un termine migliore) è elusiva come l'arcobaleno, una sfuggente illusione. Trovo triste che queste persone non riescano a rassegnarsi e ad accettare il loro posto nell'universo.

Quanto a me, mi sento enormemente sollevato nel pensare di essere parte della vita, connesso a ogni essere vivente e che ha vissuto, tracciando un cammino attraverso il grande albero della vita. Cosa potrebbe esserci di più magnifico?

Bibliografia

Mano Singham. 2011. Is there anything that makes humans special? Machines Like Us.





N.d.t. - In realta:
(*) L'inganno esiste in natura anche fra specie non umane.
(**) Lo sfruttamento, sotto forma di vera e propria schiavitù, è messo in atto da alcune specie eusociali, ad esempio alcune specie di formiche nei confronti degli afidi.
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