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Il pregiudizio ha radici genetiche



Il pregiudizio ha radici genetiche




Società - 06/06/11

La tendenza a percepire gli altri come loro contro di noi non è prerogativa esclusiva dell'essere umano, è condivisa con i nostri cugini primati, secondo uno studio condotto a Yale.

In una serie d'ingegnosi esperimenti, un team di ricercatori diretto da L. Santos ha mostrato che i primati trattano gli individui esterni al gruppo con lo stesso sospetto e avversione degli esseri umani, suggerendo che le radici dei conflitti intergruppo possano essere evoluzionisticamente molto antiche.

I risultati sono riportati nell'edizione di marzo della rivista Journal of Personality and Social Psychology.

Dice la Santos: "Uno degli aspetti più problematici della natura umana è che valutiamo gli altri in modo diverso a seconda se fanno parte o meno del nostro gruppo. Ogni conflitto nella storia ha riguardato distinzioni di religione, razza, classe sociale e così via. La domanda che ci siamo posti è: da dove vengono tutti questi tipi di distinzione?"

La risposta, pare, è che la tendenza è stata modellata da 25 milioni d'anni d'evoluzione, non solo dalla cultura.

I ricercatori hanno utilizzato scimmie Rhesus abitanti di un'isola vicino alle coste del Porto Rico.

In un primo esperimento si è accertata la capacità degli animali di riconoscere gli individui interni al gruppo (ingroup) da quelli esterni (outgroup). Mostrando delle foto di altri individui, le scimmie fissavano più a lungo quelli esterni al gruppo, secondo la ben nota tendenza che suscita in questi animali sguardi più prolungati per tutto ciò che è nuovo o pericoloso. La cosa interessante è che gli individui in foto che prima appartenevano al gruppo, ma ora passati a un altro gruppo, venivano trattati da estranei. In altre parole gli animali hanno mostrato flessibilità e capacità di adattamento nel riconoscere l'appartenenza al gruppo.

In un altro esperimento i ricercatori si sono chiesti se anche le scimmie, come gli esseri umani, avessero la tendenza a giudicare bene i membri dell'ingroup e male quelli dell'outgroup. Hanno perciò elaborato una versione "scimmiesca" del noto test psicologico IAT che serve a misurare gli atteggiamenti impliciti negli umani, ovvero il livello di gradimento o avversione verso determinati oggetti. Nel test si mostravano agli animali delle foto in cui erano appaiati la faccia di un individuo ingroup od outgroup a un oggetto, negativo o positivo, come un frutto o un ragno.

Esposti alle foto di facce conosciute (ingroup) accoppiate a oggetti buoni, le scimmie le hanno fissate per poco tempo. Lo stesso hanno fatto con le facce sconosciute (outgroup) accoppiate a oggetti cattivi, segno che questi due stimoli venivano considerati allo stesso modo. Hanno invece fissato più a lungo le foto di facce outgroup appaiate a oggetti buoni, indicando che l'accoppiata risultava per loro innaturale.

Pertanto, come gli uomini, le scimmie Rhesus hanno la tendenza a considerare automaticamente in modo positivo gli individui ingroup e con avversione quelli estranei.

Si tratterebbe insomma di una cattiva notizia: potrebbe essere meno semplice sbarazzarci di qualcosa che ci portiamo dietro nel Dna da milioni di anni. La buona notizia è però che anche le scimmie sembrano abbastanza flessibili da aggiornare l'appartenenza di un individuo al gruppo. Riuscendo a capire cosa può aver favorito l'evolversi di questa forma di flessibilità, potremmo diventare una specie più tollerante.


Bibliografia

N. Mahajan, M. A. Martinez, N. L. Gutierrez, G. Diesendruck, M. R. Banaji, L. R. Santos. 2011. The evolution of intergroup bias: Perceptions and attitudes in rhesus macaques. Journal of Personality and Social Psychology.
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