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Gli altri ci conoscono meglio di noi stessi



Gli altri ci conoscono meglio di noi stessi




Generale - 23/12/10

Fin dai tempi dell'oracolo di Delfi, gli esseri umani sono ammoniti dalla severa raccomandazione: "Conosci te stesso". E in tutti questi anni, gli psicologi sociali e la psicologia della personalità ci hanno spiegato che l'individuo è il miglior giudice di se stesso. Sarà vero?

Oggi altri studi vanno in direzione opposta, mostrandoci che potremmo non essere i sapientoni che crediamo.

S. Vazire, assistente di psicologia alla Washington University ha trovato che le persone sono più precise nel valutare i loro tratti interni o d'introversione, come l'ansietà e il neuroticismo, mentre gli amici sono rivelatori migliori tratti esterni come intelligenza, creatività e di quelli relativi all'estroversione. Persino gli estranei sarebbero più bravi di noi, in questo.

"Credo sia davvero importante indagare e verificare quest'assunto secondo cui saremmo i massimi esperti di noi stessi" dice l'autore. "La personalità non è quel che pensiamo di essere, ma quello che siamo. Alcuni di noi credono di essere gli esperti della propria personalità per definizione, perché siamo noi che scriviamo la storia, ma la personalità non è la storia: è la realtà. Quindi, noi ci raccontiamo la storia di chi pensiamo di essere e di ciò che diciamo agli altri di essere, ma poi c'è sempre la realtà con cui fare i conti".

"La personalità è pervasiva in tutto ciò che facciamo o diciamo: scelta dei vestiti, dell'arredamento, i profili di noi che mettiamo su Facebook, ad esempio. Tutto ciò che tocchiamo o con cui veniamo in contatto riceve l'impronta di chi siamo, che lo si voglia o no. Lasciamo sfuggire dei segni su noi stessi che nemmeno percepiamo".

La personalità è composta da tratti sottostanti che guidano il comportamento. Il modello sviluppato dall'autore dello studio si chiama SOKA (self-others knowledge asymmetry, asimmetria di conoscenza fra sé e gli altri) e per sottoporlo a test sono stati reclutati 165 volontari, assegnati a compiti di vario tipo.

Per ottenere misure obiettive:
Puntoè stato somministrato un test d'efficienza intellettiva (QI);
Puntohanno partecipato a discussioni di gruppo senza leader, per vedere chi sarebbe emerso come tale;
Puntoè stato somministrato il Trier test per lo stress sociale, in cui sperimentatori addestrati esibivano un portamento severo e filmavano i partecipanti in una stanza stretta e affollata, mentre questi dovevano fare un discorso pubblico di due minuti sulle parti del loro corpo che piacevano e quelle che non piacevano: un compito che a molti fa imperlare la fronte di sudore;
Puntoogni partecipante doveva fornire valutazioni su se stesso e su altri partecipanti su 40 tratti di personalità.

Il modello ha predetto correttamente che le autovalutazioni sarebbero state più accurate per i tratti interiori come pensieri e sensazioni, tristezza e ansietà, rispetto a quelle di amici e stranieri.

"Ognuno di noi conosce bene il proprio livello d'ansietà, mentre gli altri potrebbero non trovarsi nella posizione più adatta per giudicarlo perché, dopotutto, possiamo sempre mascherare le nostre sensazioni. Tuttavia, gli altri sono spesso capaci di valutare con più precisione le nostre caratteristiche esterne, che hanno più a che fare con i comportamenti".

La persona ha difficoltà a giudicare se stessa con esattezza in quelle aree chiamate dall'autore tratti valutativi, ossia quelle relative a tratti desiderabili o indesiderabili: intelligenza, attrattività, creatività. "Questi sono tratti su cui si gioca molto del nostro prestigio: la vita è così diversa a seconda se siamo intelligenti o non intelligenti, belli o brutti. Tutti vogliamo essere belli e intelligenti, ma proprio per questo su tali punti non riusciamo a essere obiettivi verso noi stessi".

Perciò ognuno è più adatto a giudicare l'intelligenza degli altri "perché non è così minaccioso per noi ammettere che un nostro amico è poco intelligente, mentre lo è il dover riconoscere che non siamo così brillanti".

Oppure prendiamo l'attrattività: "Ci guardiamo allo specchio tutti i giorni, ma non è la stessa cosa che guardare la foto di qualcun'altro. Se passassimo tanto tempo a guardare le foto degli altri quanto ne passiamo a guardare noi stessi, ci formeremmo un'idea molto più chiara e precisa su quanto sono attraenti gli altri in confronto a noi stessi. Eppure, dopo esserci guardati nello specchio per 5 minuti, ancora ci chiediamo: 'Ma sono attraente o no?' e non riusciamo a capirlo. E non è che tutti diamo per scontato di essere belli, no?"

Per alcuni tratti di personalità, inoltre, sbagliamo del tutto se guardiamo solo a pensieri e sensazioni ignorando i comportamenti. I bulli, ad esempio, rientrano bene nel modello SOKA perché pensieri e sensazioni dicono loro che sono degli insicuri e che vorrebbero essere amati e ammirati, e ciò non sarebbe così terribile. Ma non riescono a vedere i loro terribili comportamenti, perché i pensieri oscurano le loro azioni.

L'autore conclude: "In media, le persone che ci conoscono meglio ci conoscono altrettanto bene di quanto noi conosciamo noi stessi. Ma è ancora più importante il fatto che alcune cose di noi le sappiamo e gli altri no, e alcune loro le sanno e noi non le sappiamo. Questo fatto porta a esperienze e discordanze di vedute davvero interessanti".

Bibliografia

S. Vazire. 2010. Others may know us better than we know ourselves, study finds. Washington University in St. Louis.
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