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Il lato oscuro dell'ego: cosa dicono le neuroscienze?, Psicologo Firenze, Novità & commenti
   
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novità & commenti - neuroscienze

Il lato oscuro dell'ego: cosa dicono le neuroscienze?

neuroscienze - 29/10/10 - 11:02

Agli ego ipertrofici non mancano mai occasioni per mettersi in mostra: leader politici, uomini d'affari, atleti, rock star, chirurghi e scienziati sembrano non averne mai abbastanza.

Ma quando, un ego diventa ipertrofico o negativo? Dov'è il confine fra una sana fiducia in se stessi e un io grandioso e megalomane, che potrebbe segnalare un disturbo di personalità o altre malattie? E più esattamente, cosa s'intende con ego da un punto di vista cerebrale? Esiste un circuito nel cervello che controlla la funzione dell'ego, conferendone uno più grosso o più piccolo a seconda della persona?

Cos'è l'ego?

La risposta alla domanda: "Cos'è l'ego?" dipende in gran parte da chi è chiamato a rispondervi. Nel parlare comune, l'ego consiste del senso d'identità individuale. Può comprendere la fiducia in se stessi, l'autostima, l'orgoglio ed essere influenzato da fattori genetici, di educazione, relazionali o di stress.

Il concetto attuale di ego è molto lontano da quello elaborato da S. Freud nell'800, mentre gettava le basi della teoria psicoanalitica. Freud distingueva fra Io (o Ego) ed Es, proponendo che l'Es, o inconscio, fosse caratterizzato da un flusso di energia psichica primitiva, animato dal principio del piacere. Toccherebbe all'Io, la mente consapevole, minimizzare la quantità libera di tale energia, mettendole le briglie e controllando gli impulsi inconsci secondo il principio di realtà.

Il termine "ego" ancora è usato in alcune terapie di stampo psicoanalitico, ma è caduto in disuso nelle moderne psicologia e psichiatria. "Ego è una parola terribile" dice J. Kagan, professore emerito di psicologia a Harvard. "Nella teoria freudiana possiede un significato, anche se non molto preciso. Ma all'esterno di essa, è un completo nonsenso. Non si può prendere il concetto di ego ed estrapolarlo, non servirebbe a nulla".

In ambito clinico, oggi si usano più spesso i termini e identità, e questo cambiamento sarà riflesso nella 5^ edizione del DSM, il manuale descrittivo usato nelle diagnosi da psicologi e psichiatri.

Se l'ego è definito in modo vago nei circoli psicoanalitici, da un punto di vista cerebrale la definizione è proprio inesistente. "L'ego non esiste nel cervello" dice Kagan. Ciò che esiste, invece, è un sistema preposto al controllo dei pensieri di ansia e preoccupazione, che può modulare la fiducia in se stessi. Ma siamo ancora lontani dall'individuare l'area cerebrale responsabile della sensazione che dice: "Mi sento un dio, posso conquistare il mondo".

Per molte persone, cervello e sé sono cose distinte, ma  per il neurobiologo anche questo è un nonsenso. La posizione biologista dà per scontato che la personalità sia l'insieme delle nostre sinapsi, di tutte le interconnessioni cerebrali.

Esiste una porzione di cervello, la corteccia frontale mediale, che diventa attiva quando il resto del cervello è a riposo. Quando invece l'organismo è impegnato in un'attività, l'attività di quest'area diminuisce. R. Carhart-Harris e K. Friston, del Imperial College London, partono da questo dato e altre evidenze per ipotizzare che la corteccia cerebrale possa stare alla base di ciò che Freud intendeva con Io, ossia il controllore, e che strutture cerebrali più interne, come il sistema limbico, legato alle emozioni, stia alla base di ciò che Freud chiamava Es, l'inconscio.

Il sé disturbato

Alcune gravi patologie possono essere individuate proprio dalla diminuita capacità di riconoscere ciò che sta "qui dentro" da quello che è "là fuori", come nel delirio schizofrenico. Tant'è vero, che una volta ci si riferiva a questo disturbo come a "una perdita dei confini dell'io". Oggi si pensa che la schizofrenia possa essere causata dalla minor dimensione dei neuroni di certe aree corticali, e da un ridotto numero di connessioni fra di essi.

Nella demenza fronto-temporale un sintomo chiave è la perdita del senso d'identità, a volte fino a manifestare un cambiamento radicale di personalità.

Il disturbo narcisistico di personalità si riconosce per l'importanza grandiosa attribuita a se stessi, al punto da perdere del tutto la capacità di vedere le cose dal punto di vista degli altri.

Al contrario, le persone con disturbo borderline di personalità hanno un senso d'identità debole. Hanno bisogno di stare vicine agli altri in modo intrusivo, per assorbirne un po' del loro, come se cercassero disperatamente di vestire una personalità che non possiedono.

Nell'autismo, la rappresentazione del sé può risultare del tutto assente o esagerata, e mancare la capacità di riconoscere gli altri.

Il bipolare in fase maniacale grave è grandioso e megalomane, egocentrico come in un narcisismo moltiplicato all'estremo.

La depressione, di contro, si accompagna spesso a scarsissima autostima.

Tutti i tratti di personalità esistono su un continuum, e possono avere gradazioni intermedie oppure estremizzate e patologiche. Il determinante per stabilire se il confine della patologia è stato attraversato, è il grado di disintegrazione delle relazioni interpersonali e delle attività quotidiane, oltre che sofferenza individuale.

Bibliografia:

DANA Foundation (2010, October 28). The unhealthy ego: What can neuroscience tell us about our 'self'?



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Giuseppe Santonocito è psicologo psicoterapeuta e riceve a Firenze e Signa, vedi la sezione contatti.

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Leggi ulteriori informazioni sull'intervento.

Leggi anche l'articolo sul problem solving strategico.

Bibliografia:

Lambert M J, Vermeersch D A, 2002. Effectiveness of Psychotherapy. In Elsevier Encyclopedia of Psychotherapy, 709-714, Elsevier Science, USA.



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