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Misurare la mente suicida - Parte IIIl Dr. Nock, capo ricercatore dello studio che già aveva messo a punto un nuovo, potente test per la misura del rischio suicidio, ha raddoppiato. Lavorando in team con una studentessa di dottorato, Christine B. Cha, ha creato una versione modificata del test di Stroop, in grado anch'essa di prevedere con alta precisione il suicidio dei soggetti nei 6 mesi successivi alla somministrazione. Il test di Stroop richiede al soggetto di riconoscere il colore di alcune parole proiettate su uno schermo. I ricercatori hanno visto che presentando parole con significato correlato al suicidio, coloro che meditano davvero pensieri suicidi si soffermano più tempo a esaminarle. Questo test - come il precedente messo a punto dal Dr. Nock - presenta un vantaggio rispetto ai test di solito usati per questo scopo, e che consiste nel basarsi sui tempi di risposta. Infatti, è più difficile fingere e falsificare un tempo di risposta, piuttosto che rispondere a una lista di domande ovvie - ad esempio: "Quanto spesso hai pensato al suicidio nell'ultima settimana?". Fonte: M. K. Nock, C. B. Cha. 2010. Harvard University. Psychologists develop two potent new predictors of suicide risk.
Misurare la mente suicidaDopo il suicidio di un amico o un parente, ai familiari e agli amici restano domande dolorose: "Perché l'ha fatto?", "Perché non è stato aiutato?". E la più problematica di tutte è: "C'era qualcosa che avrei potuto fare, per evitarlo?" Le persone che meditano il suicidio tendono a nasconderlo, e negano di avere tali pensieri, perciò può essere difficile identificare i segnali di pericolo. Anche un clinico esperto a volte non riesce a coglierli, e gli studiosi cercano da tempo un metodo affidabile per predire il rischio suicidio. Uno psicologo di Harvard e colleghi hanno riadattato il test delle associazioni implicite (IAT) per misurare le associazioni fra parole relative al rischio suicidio, e la tecnica si è rivelata significativamente efficace nel predire tale atto. Lo IAT è molto usato per misurare le associazioni che le persone fanno automaticamente fra concetti. Al soggetto sono mostrate delle coppie di parole, e a seconda di quanto velocemente si risponde, si ha una misura della forza dell'associazione. Nella versione IAT usata in questo studio i partecipanti ricevevano stimoli su concetti associati alla vita (come "respiro"), alla morte (come "morto"), e alle persone (come "me" o "loro"). Risposte alla coppia "morte / me" più veloci che a "vita / me" suggeriscono un'associazione più forte fra la morte e se stessi. I partecipanti erano tutti pazienti psichiatrici d'emergenza. Hanno completato lo IAT e vari altri test di valutazione psichiatrica. Le loro cartelle cliniche sono poi state esaminate 6 mesi dopo, per verificare quanti di loro avevano tentato il suicidio. I risultati rivelano non solo che i pazienti che si erano presentati allo sportello psichiatrico d'emergenza dopo un tentativo di suicidio ritenevano un'associazione più forte fra i concetti "morte / me" rispetto ad altri pazienti psichiatrici, ma anche che i partecipanti con questa forte associazione hanno mostrato significativamente più probabilità di tentare il suicidio nei 6 mesi successivi all'esperimento. Fonte: Matthew K. Nock, Jennifer M. Park, Christine T. Finn, Tara L. Deliberto, Halina J. Dour, Mahzarin R. Banaji. Measuring the Suicidal Mind: Implicit Cognition Predicts Suicidal Behavior. Psychological Science, 2010.
Perché la depressione in terza età è più difficile da trattare?Gli studiosi gettano nuove luci sulle cause che rendono più difficile sia trattare la depressione in tarda età, che mantenere i risultati delle cure. Sembra che l'anziano depresso non risponda normalmente agli stimoli emotivi, ad esempio vedendo facce allegre, tristi o neutre. In altre parole, lo studio ha trovato differenze significative fra l'anziano depresso e l'anziano normale nella percezione e nella risposta alle espressioni facciali. L'esistenza di una mancata regolazione degli stati emotivi nel depresso adulto - quindi non anziano - era già stata rilevata, e alcuni studi avevano mostrato che essa è un predittore delle ricadute nei disturbi dell'umore. Ma la maggior parte degli studi sulla depressione in età senile si era focalizzata sul declino delle funzioni cognitive, suggerendo che più queste fossero compromesse, peggiore sarebbe stata la prognosi di depressione. I nuovi dati suggeriscono invece che è necessario tener conto anche delle emozioni, per capire meglio la neurobiologia della depressione nell'anziano e poterla trattare con più efficacia. Fonte: Mah, Linda; Pollock, Bruce G. Emotional Processing Deficits in Late-Life Depression. American Journal of Geriatric Psychiatry, 2010.
Depressione letale come il fumoUno studio della University of Bergen, Norvegia, e dello Institute of Psychiatry (IoP) al King's College, Londra, ha trovato che la depressione è un fattore di rischio per la mortalità quanto il fumo. Utilizzando una base di dati di mortalità comprendente interviste a circa 60.000 persone, i ricercatori hanno scoperto che 4 anni dopo la ricerca il rischio di mortalità era salito della stessa quantità nelle persone depresse e in quelle fumatrici. Il Dr. Robert Stewart, capo dello studio, commenta a questi sorprendenti risultati: "Diversamente dal fumo, non sappiamo perché la depressione possa costituire causa di mortalità, ma certamente dovremmo studiare meglio questi dati perché la relazione è rimasta anche dopo aver escluso molti fattori". Lo studio mostra ad esempio che i pazienti con sola depressione subiscono l'aumento del fattore di rischio, mentre quelli con depressione e ansia hanno un rischio minore. Il Dr. Stewart spiega: "Uno dei messaggi di questa ricerca è che un po' d'ansia può anche essere benefica". Ma questa era una cosa già nota. Fonte: A. Mykletun, O. Bjerkeset, S. Øverland, M. Prince, M. Dewey and Robert Stewart. Levels of anxiety and depression as predictors of mortality: the HUNT study. The British Journal of Psychiatry, 2009.
La terapia familiare può aiutare il paziente depressoUno studio pubblicato nell'ultimo numero della rivista Psychotherapy and Psychosomatics suggerisce che la terapia familiare può aiutare i pazienti ricoverati per depressione maggiore, e può aiutare i partner dei pazienti a prendere coscienza dei miglioramenti più rapidamente. Gli interventi familiari si sono mostrati efficaci nel trattamento della depressione, ma raramente sono stati effettuati studi di questo tipo su pazienti depressi internati. Questo studio ha valutato l'impatto di un intervento con 83 pazienti, assegnati a caso a: 1. Trattamento usuale (23 pz.). 2. Trattamento usuale + terapia familiare singola (25 pz.). 3. Trattamento usuale + terapia familiare multipla (35 pz.). Degli incontri di follow up sono stati fatti a 3 mesi e a 15 mesi dalla fine dell'intervento. Alla fine dello studio le condizioni 2 e 3 hanno mostrato percentuali di risposta alla terapia significativamente maggiori: 49% per il caso 2, 24% per il 3 e 9% per l'1. Sono stati inoltre rilevati tassi superiori di pazienti che hanno smesso di usare farmaci antidepressivi (26%, 16% e 0, rispettivamente). I partner che hanno preso parte al percorso familiare hanno significativamente notato i miglioramenti dello stato emotivo dei loro congiunti in minor tempo rispetto ai familiari del caso 1. Questo studio suggerisce quindi che la terapia familiare può essere di beneficio ai pazienti internati con depressione maggiore, e che i loro partner possono apprezzarne i risultati più velocemente. Fonte: Journal of Psychotherapy and Psychosomatics.2009. Family Therapy May Help The Depressed Patient.
Psicoterapia della depressione modifica parametri biologici?Un gruppo di ricercatori tedeschi ha dimostrato che l'aumento di un marcatore cellulare noto come CREB fosforilato (pCREB) è correlato alla risposta al trattamento psicoterapeutico, e che non dipende né da un intervento farmacologico né dai livelli plasmatici del fattore neurotrofico (BDNF). In parole povere, per la prima volta si è visto che dei marcatori biologici cellulari potrebbero modificarsi in risposta alla psicoterapia. In parole ancora più povere, ciò significherebbe che la psicoterapia ha un effetto diretto sul cervello, senza mediazione da parte dei farmaci. Il pCREB e le sue interazioni con il BDNF sono elementi essenziali ai fini della resilienza cellulare e della plasticità neurale, e giocano un ruolo decisivo nel concetto di neuroplasticità alterata nel disturbo depressivo maggiore. Gli autori dello studio avevano già dimostrato che l'incremento di pCREB nei linfociti T è associato in maniera significativa al miglioramento clinico dei pazienti trattati con antidepressivi. In questo studio, si sono focalizzati invece su pazienti trattati solo con psicoterapia per escludere qualunque azione farmacologica. Trenta pazienti che soddisfacevano i criteri DSM-IV per l'episodio depressivo maggiore sono stati selezionati per lo studio, e hanno ricevuto psicoterapia interpersonale (IPT) due volte la settimana. Dopo 6 settimane, 17 pazienti hanno risposto al trattamento, mostrando una riduzione del 50% rispetto al livello depressivo di partenza, misurato attraverso un'apposita scala. Dopo una sola settimana di trattamento i livelli di pCREB erano aumentati significativamente rispetto al gruppo dei soggetti che non avevano mostrato risposta, e la misura dei livelli plasmatici del BDNF non ha rivelato differenze fra i due gruppi. Inoltre, la correlazione fra BDNF e pCREB non era significativa. L'aumento precoce di pCREB era correlato alla risposta al trattamento psicoterapeutico e quindi non dipendeva né da un trattamento farmacologico né dai livelli del BDNF. In conclusione, per la prima volta è stato possibile associare dei marcatori cellulari alla risposta alla psicoterapia. Fonte: Journal of Psychotherapy and Psychosomatics (2009, July 6). Psychotherapy Of Depression Changes Biological Parameters?
Il calcio combatte la depressionePur costituendo un gruppo significativamente a rischio, i giovani maschi sono quelli che meno cercano aiuto professionale quando sono sotto stress o hanno idee suicide. Il programma pilota Back of the Net (Dietro alla rete) negli USA fa uso del calcio e di sedute psicoterapeutiche per contrastare con successo i sintomi depressivi nei giovani. Quest'alternativa potrebbe costituire un percorso a basso costo rispetto alle tradizionali cure psicologiche/psichiatriche. I risultati sono stati riportati da S. McArdle, della Dublin City University, alla Annual Conference of the British Psychological Society's Division of Clinical Psychology. Il Dr. McArdle e colleghi hanno studiato 104 maschi sedentari fra i 18 e i 40 anni di età. I soggetti sono stati assegnati a 3 gruppi: nel primo venivano loro assegnati degli esercizi fisici individuali, nel secondo i soggetti si riunivano in squadre e giocavano a calcio e si sottoponevano a delle sedute di psicoterapia, mentre nel terzo gruppo - di controllo - non si faceva nessun esercizio. Nel secondo gruppo - quello del calcio - si faceva uso di metafore calcistiche per far riferimento alle situazioni problematiche della vita. I partecipanti ai 3 gruppi sono stati valutati alla fine del programma e 8 settimane dopo. I risultati sono stati che in entrambi i gruppi 1 e 2 si sono avute delle riduzioni significative dei sintomi depressivi. Ma il vantaggio dell'uso del gioco del calcio consiste nel fatto che esso è molto popolare in molti paesi e presenta meno barriere di accesso rispetto ad altri tipi di sport. Inoltre, molti giovani trovano più allettante giocare a calcio piuttosto che svolgere esercizi individuali. Fonte: S. McArdle et al. 2009. British Psychological Society (BPS). Football (soccer) fights depression.
Ne vale la pena? Non se sei depressoLa ricerca indica che la mancanza di desiderio per il piacere potrebbe stare alla radice della sintomatologia del disturbo depressivo maggiore. Secondo una ricerca condotta dagli psicologi M. Treadway e D. Zald e pubblicata sulla rivista PloS One, una ridotta attività di elaborazione cerebrale delle ricompense, che è uno dei sintomi centrali nella depressione, è legata a una minor volontà di ricerca delle ricompense stesse. La ridotta motivazione a cercare le esperienze piacevoli, conosciuta come anedonia, è uno dei sintomi primari del disturbo depressivo maggiore. L'anedonia risponde meno alle cure con antidepressivi e spesso persiste dopo che gli altri sintomi iniziano ad attenuarsi. Tuttavia, comprendere i diversi aspetti dell'anedonia - il desiderio di fare delle esperienze piacevoli rispetto allo sperimentare il piacere - è stato sinora difficile, negli esseri umani. "Negli ultimi 15 anni circa i modelli animali hanno evidenziato che il neurotrasmettitore dopamina, il cui ruolo nel trattamento delle ricompense è noto da tempo, è coinvolto nel desiderio e nella motivazione, ma non necessariamente nel piacere", dice Treadway. "Ad oggi la ricerca sull'elaborazione delle ricompense negli individui con anedonia si è concentrato sul piacere della ricompensa, piuttosto che sul valutare la spinta ad attivarsi per trovarlo. Noi pensiamo invece che questa sia la strada da percorrere." Durante gli esperimenti, i ricercatori hanno trovato che i soggetti con anedonia erano meno motivati a compiere delle scelte che richiedevano sforzi maggiori in vista di ricompense maggiori, particolarmente quando queste ultime erano incerte. Ciò depone a favore del modello teorico che lega l'anedonia a bassi livelli di dopamina. "Concentrandoci sul legame fra anedonia e motivazione, i nostri studi suggeriscono che sarà possibile capire meglio come anche l'anedonia possa rispondere al trattamento." Fonte: M. Treadway and D. Zald. 2009. Vanderbilt University. Worth The Effort? Not If You're Depressed.
I disturbi mentali potrebbero essere più comuni di quanto pensiamoLa prevalenza di depressione, ansia e dipendenza da sostanze potrebbe essere il doppio di quella che la comunità dedicata alla salute mentale ci ha fatto credere. Tutto dipende da cosa si misura. Gli psicologi della Duke University T. Moffitt e A. Caspi, insieme a colleghi del Regno Unito e della Nuova Zelanda, hanno usato uno studio longitudinale su più di 1000 neozelandesi dalla nascita sino all'età di 32 anni, e sono arrivati alla conclusione che le persone omettono largamente di riportare i disturbi mentali dei quali hanno sofferto quando viene loro chiesto di ricordare ciò che era successo, anni dopo. Ma i resoconti individuali costituiscono la base di gran parte di ciò che sappiamo sull'incidenza di ansia, depressione e uso di sostanze come alcol e hashish. E gli studi longitudinali come questo sono rari e dispendiosi, dice Moffitt. "Se inizi con un gruppo di bambini e li segui lungo la loro vita, presto o tardi quasi tutti avranno uno di questi disturbi", dice Moffitt, professore di psicologia e neuroscienze alla Duke University. Il Great Smoky Mountains Study è un altro studio similare che ha seguito 1400 bambini americani dall'età di 9-13 anni sino quasi ai 30 anni, trovando risultati pressoché uguali, dice J. Costello, professore di psicologia clinica alla Duke e autore dello studio. "Credo che dovremo abituarci all'idea che i disturbi psichici sono davvero molto comuni", dice Costello. "La gente cresce menomata, non trattata e al di sotto della loro piena capacità perché stiamo ignorando questo fatto." Questi studi hanno riscontrato un'incidenza della depressione dal 18% al 41% dai 18 ai 32 anni, e dal 17% al 32% di dipendenza da alcol nella stessa fascia di età, ma sono stati severamente criticati perché cifre come queste parevano troppo alte e poco realistiche. La V^ edizione del Manuale Diagnostico dei Disturbi Psichiatrici più diffuso, il DSM-IV, rivedrà le linee guida e i criteri diagnostici per la classificazione e la diagnosi delle malattie, dice Moffitt, che fa parte del comitato. Fonte: T. Moffitt & A. Caspi. Duke University. 2009. Common Mental Disorders May Be More Common Than We Think.
La "cultura del noi" attenua il rischio depressioneLa tendenza genetica alla depressione è molto meno probabile nelle culture orientate verso valori di tipo collettivo piuttosto che individuale. Un nuovo studio alla Northwestern University ha scoperto che la vulnerabilità genetica alla depressione è molto più probabile nelle culture occidentali che in quelle asiatiche, dove non si dice solo "io, io, io". Lo studio prende corpo nel nuovo campo della neuroscienza culturale, e getta uno sguardo globale sulla salute mentale attraverso vari gruppi sociali e nazioni. La depressione, come dimostrato da prove ormai schiaccianti, risulta dall'interazione di geni, ambiente e dall'interazione fra i due. Una delle differenze più profonde fra gruppi culturali diversi, dimostra la psicologia transculturale, è nel modo in cui le persone pensano a se stesse. "Le persone provenienti da culture altamente individualistiche come Stati Uniti ed Europa Occidentale valutano di più l'unicità rispetto all'armonia, l'espressione di sé rispetto all'accordo, e definiscono se stesse come uniche o differenti dal gruppo", dice J. Chiao, leader dello studio e assistente professore di psicologia allo Weinberg College of Arts and Sciences, a Northwestern. Di contro, le persone appartenenti a culture di tipo collettivo valutano maggiormente l'armonia sociale rispetto all'individualità. "Rispetto alle culture individualiste, quelle collettiviste adottano più facilmente comportamenti che incrementano la coesione e l'interdipendenza del gruppo". Le culture collettiviste possono dare agli individui che sono geneticamente suscettibili alla depressione un'aspettativa di supporto sociale tacita o esplicita. "Questo supporto sembra proteggere gli individui vulnerabili dai rischi e dagli stressor ambientali che innescano l'episodio depressivo". Fonte: J. Chiao et al. 2009. Northwestern University. 'Culture Of We' Buffers Genetic Tendency To Depression.
Studenti depressi due volte più a rischio di abbandonare la scuolaGli studenti depressi delle superiori hanno il doppio di probabilità di abbandonare la scuola rispetto ai loro compagni non depressi. I due sintomi centrali nella depressione sono: perdita di piacere e interesse nelle attività, e umore depresso. Solo le depressioni dove si ha perdita d'interesse per le attività si associano a una bassa media di voti e a un cattivo andamento scolastico. "La correlazione fra depressione e cattivo rendimento è principalmente scatenata dalla perdita d'interesse nelle attività", dice Eisenberg, assistente professore alla University of Michigan School of Public Health e leader di uno studio su scuola e depressione. "Ciò è significativo, perché indica che un individuo può essere molto depresso eppure molto efficiente, a seconda del tipo di depressione che ha. Questo è vero per molte persone considerate di successo, che possono sentirsi giù e senza speranza, ma senza perdere interesse in ciò che fanno." "Molti studenti con depressioni importanti magari vanno bene a scuola, ma possono essere a rischio e passare inosservati solo perché non si nota alcuna caduta nel loro rendimento." Gli studenti che oltre a essere depressi sono anche ansiosi, hanno poi un rendimento particolarmente basso. "Se prendiamo uno studente non depresso al 50° percentile della GPA (*) e lo confrontiamo con uno studente depresso, questo starà al 37° percentile, ovvero una caduta del 26%. Ma uno studente depresso e ansioso cadrà nel 23° percentile, una caduta del 54%", dice Eisenberg. Il vero problema, in tutto questo, è che la maggior parte degli studenti depressi - così come la maggior parte della popolazione - rimane senza alcun trattamento. Solo la metà circa delle persone depresse si rende conto di aver bisogno d'aiuto. E gli studenti in particolare possono credere che lo stress sia una cosa normale. Fonte: D. Eisenberg, E. Golberstein and J. Hunt. Mental Health and Academic Success in College. B.E. Journal of Economic Analysis & Policy (in stampa). (*) La GPA (Grade Point Average) corrisponde alla nostra media di voti calcolata su tutte le materie.
Il supporto sociale riduce la depressione degli adolescenti dopo un attacco terroristicoRicercatori della Ben-Gurion University (BGU) hanno condotto uno studio prima/dopo su depressione e attacchi terroristici fra gli adolescenti, dimostrando che un forte supporto sociale da parte degli amici attutisce e previene l'insorgenza di depressione in seguito agli attacchi. Lo studio è uno dei primi in quest'area. "Il terrorismo spesso conduce gli adolescenti alla depressione, ma poco è ancora noto sui fattori protettivi", dice il Prof. Golan Shahar, psicologo alla BGU. I ricercatori hanno esaminato adolescenti indirettamente esposti a un attacco suicida avvenuto a Dimona (Israele), che prima dell'attacco avevano già completato un questionario come gruppo di controllo di un altro studio. Quando l'attacco si è verificato, gli studiosi hanno deciso di indagare sui fattori che potevano prevenire l'insorgenza di depressione come effetto dell'evento traumatico. Nessuno di questi ragazzi è rimasto direttamente coinvolto, ma qualcuno ha potuto udire l'esplosione, altri conoscevano persone che hanno subito danni fisici o emotivi, altri ancora hanno appreso dai media dell'attacco. "I risultati mostrano che lo stress derivante da attentati terroristici è associato a un aumento del livello depressivo dopo l'evento, e che un forte supporto sociale preesistente all'evento aiuta ad ammortizzare quest'effetto", dice Shahar. Shahar afferma che i risultati saranno utilizzati come base per sviluppare un piano di prevenzione per gli adolescenti esposti a questo tipo di attacchi. Fonte: G. Shahar et al. 2009. American Associates, Ben-Gurion University of the Negev. Social Support Buffers Adolescent Depression After Terrorist Attacks.
Depressione conseguenza della rinosinusite cronicaL'esistenza di quadri depressivi nei pazienti con rinosinusite cronica è comune, ma poco evidenziata. Uno studio presentato alla American Academy of Otolaryngology - Head and Neck Surgery Foundation (AAO-HNSF) mostra che il 20.5% dei pazienti con rinosinusite cronica analizzati soffre di depressione. Non è ancora compreso perché le malattie che interessano testa e collo siano legate alla depressione, ma la relazione sembrerebbe esistere in maniera significativa. Fonte: 2009. American Academy of Otolaryngology - Head and Neck Surgery. Depression A Common Consequence Of Chronic Rhinosinusitis.
Nuovo metodo predice l'80% dei casi di depressione post partoIn tutto il mondo, il 13% delle donne soffre di forme di depressione post parto, che provoca un deterioramento significativo nella qualità di vita della madre e delle sue capacità di prendersi cura del neonato. Ricercatori spagnoli hanno recentemente sviluppato un modello per diagnosticare questa malattia con un potere predittivo dell'80%, il migliore ad oggi per questo tipo di depressione. S. Tortajada e la sua equipe hanno studiato un campione di 1397 donne spagnole che hanno partorito fra dicembre 2003 e ottobre 2004 in 7 diversi ospedali, ed escogitato vari modelli matematici che permettono di predire molto accuratamente quali donne sono più a rischio di sviluppare una depressione nelle settimane successive al parto. Questi modelli si basano su diversi fattori, come il livello di supporto su cui può contare la madre durante la gravidanza, eventuali problemi psichiatrici passati, alterazioni emotive durante la nascita, stabilità emotiva ed eventuali alterazioni nei geni preposti al trasporto della serotonina. Il metodo sarà successivamente messo a punto e sottoposto a validazione clinica, in modo che il personale psichiatrico possa utilizzarlo come strumento di routine. Fonte: S. Tortajada et al. 2009. Plataforma SINC. New Method Can Predict 80 Percent Of Cases Of Postnatal Depression.
DepressioneQuesto spazio è dedicato ai commenti sul disturbo depressivo. Vedere anche l'articolo: La depressione.
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| ultima revisione 06/09/10 |
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dr. giuseppe santonocito - psicologo info@incom.fi.it cell. 329 4073565 tel. 055 8734699 firenze, signa |
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