Giuseppe Santonocito, Psicologo, Firenze, Signa

home
note bio
intervento
in azienda
risultati
contatti
articoli
glossario
bibliografia
link
mappa
corsi
novità & commenti
guida al sito
termini d'uso


 

novità & commenti (neuroscienze)

Tagliarsi è così bello: effetti calmanti dell'autolesionismo

Giuseppe Santonocito - 03/09/10 - 11:09 - pubblicato in: neuroscienze

La nozione che tagliarsi o bruciarsi possa alleviare lo stress emotivo è difficile da comprendere, per molte persone, eppure è un'esperienza riportata con frequenza dalle persone che si feriscono compulsivamente.

Gli individui con disturbo borderline di personalità sperimentano emozioni intense, e spesso mancano della capacità di regolarle e controllarle. In questo gruppo d'individui si ha la prevalenza di comportamenti di autolesionismo, che le aiutano a ridurre lo stress emotivo.

I ricercatori hanno studiato l'effetto di stimoli emotivi e stimoli dolorosi in persone con o senza disturbo borderline di personalità (DBP). Nell'esperimento sono state usate delle immagini per indurre emozioni positive, negative o neutre, e stimoli termici per indurre dolore o percezione di tepore. La soglia di dolore è stata preventivamente misurata per ogni individuo, in modo che le stimolazioni fossero sufficienti ma non eccessive. I ricercatori hanno monitorato le reazioni in tempo reale del cervello dei soggetti, tramite tecniche di neuroimaging.

Nei soggetti con DBP, sonno state rilevate attivazioni accentuate del sistema limbico e dell'amigdala, in risposta a immagini che evocavano emozioni positive o negative, in accordo con i problemi riferiti di regolazione delle emozioni.

Tuttavia, la stimolazione termica inibiva l'attivazione dell'amigdala in questi pazienti e anche nei soggetti di controllo sani, quindi presumibilmente inibendo la reattività emotiva.

Gli autori dello studio sostengono che i dati risultanti sono in accordo con l'ipotesi che le stimolazioni dolorose danno sollievo allo stress emotivo perché, paradossalmente, inibiscono le aree cerebrali coinvolte nella gestione delle emozioni. L'autolesionismo può quindi essere un modo per aiutarsi a compensare un meccanismo di regolazione emotiva inefficiente.

Conclusione: il dolore fisico può attenuare quello emotivo.

Fonte:
I. Niedtfeld, L. Schulze, P. Kirsch, S. C. Herpertz, M. Bohus and C. Schmahl. 2010. Affect Regulation and Pain in Borderline Personality Disorder: A Possible Link to the Understanding of Self-Injury. Biological Psychiatry.


(aggiungi un commento)

Soldi in arrivo!

Giuseppe Santonocito - 27/08/10 - 16:39 - pubblicato in: neuroscienze

Sia che si tratti di sport, di poker o del mondo degli affari, alcuni trovano sempre il modo di vincere, quando c'è una posta in gioco.

Per la prima volta, alcuni psicologi hanno evidenziato il funzionamento di un'area cerebrale che potrebbe spiegare in che modo questi individui riescono sempre a guadagnarci.

Un'area specifica del cervello aiuterebbe le persone a raffigurarsi in anticipo il successo, allo scopo di preparare pensiero e azione, per aumentare la probabilità di raggiungere gli obiettivi prefissati. L'area si trova circa 5 cm sopra il sopracciglio sinistro, ed entra in azione, ad esempio, appena i ricercatori mostrano ai soggetti il simbolo $, un segnale convenzionale di risposta esatta al compito loro assegnato.

Secondo i ricercatori, dei rapidi rilasci di dopamina in quell'area - la dopamina è il sistema di ricompensa del cervello - provvederebbero a coordinare l'interazione fra i centri di controllo cognitivi e quelli motivazionali, per fronteggiare nel migliore dei modi la situazione di "guadagno in arrivo". La cosa interessante è che la motivazione agisce anche al contrario, ovvero in modo preparatorio, innescando l'attività in quell'area appena si accende il segnale di denaro.

Fonte:
Adam C. Savine et al. 2010. Motivated Cognitive Control: Reward Incentives Modulate Preparatory Neural Activity during Task-Switching.


(aggiungi un commento)

Dimenticare per ricordare: l'oblio aiuta a mantenere vivi i ricordi importanti

Giuseppe Santonocito - 02/08/10 - 10:55 - pubblicato in: neuroscienze

Per la prima volta, utilizzando la RMN funzionale, nel 2007 gli scienziati sono riusciti a dimostrare che la capacità del cervello di dimenticare le cose rende più facile ricordare quelle davvero importanti.

Ricordare qualcosa è costoso, perché insieme al ricordo principale devono esserne ricordati tanti altri, correlati al primo, ma meno rilevanti. Il cervello risolve questo dilemma rendendo via via più deboli i secondi.

I risultati dello studio dimostrano la capacità del cervello di disfarsi progressivamente dei ricordi meno rilevanti. Quando si ricorda qualcosa, tutti i ricordi vicini vengono rivalutati, dando a ciascuno di essi un peso diverso, per la prossima volta che dovranno essere richiamati.

Questa funzione, svolta dalla corteccia prefrontale, aiuta il cervello a lavorare di meno in futuro, quando dovrà ricordare di nuovo, perché gli altri ricordi concorrenti - ma irrilevanti - saranno stati indeboliti. La corteccia prefrontale è il direttore generale del cervello: essa regola la cognizione, allineando ricordi e azioni con i nostri obiettivi. Una delle proprietà importanti del nostro sistema di memoria è quella di riuscire a cambiare i ricordi in ambedue le direzioni, ossia possono diventare più vividi o più deboli. Ciò è vantaggioso, perché dà la possibilità al cervello di ricordare ciò che è davvero importante, per renderlo disponibile ad altri processi mentali.

Fonte:
A. Wagner and B. Kuhl. 2007. Stanford University. Forgetting Helps You Remember The Important Stuff, Researchers Say.


(aggiungi un commento)

Ricordare per dimenticare: sognare a occhi aperti provoca amnesia

Giuseppe Santonocito - 30/07/10 - 09:45 - pubblicato in: neuroscienze

Quando la nostra mente vaga, è difficile ricordare a cosa stavamo pensando, prima. Un nuovo studio ha scoperto che l'effetto è ancora più forte quando la mente se ne va lontano nello spazio o nel tempo, ad esempio ricordando un viaggio intercontinentale piuttosto che uno vicino, oppure un lontano ricordo d'infanzia.

Gli psicologi sanno da tempo che il contesto è importante, per ricordare. Lasciando il luogo dove la memoria s'è formata, cioè il contesto, è più difficile il suo richiamo. Altri studi avevano anche dimostrato che i sogni a occhi aperti bloccano l'accesso alla memoria del passato recente.

Questo studio ha scoperto che anche il contenuto dei sogni a occhi aperti influenza il ricordo.

Un'applicazione pratica di questo fenomeno potrebbe riuscire utile alle persone che vogliono dimenticare qualcosa. Ricordando volontariamente un evento più distante di quello interessato, si può rimuovere quest'ultimo dalla mente per un po'.

Fonte:
P. F. Delaney, L. Sahakyan, C. M. Kelley and C. A. Zimmerman. (In press). Remembering to Forget: The Amnesic Effect of Daydreaming. Psychological Science.


(aggiungi un commento)

Attività cognitiva? Fa bene alla mente

Giuseppe Santonocito - 24/06/10 - 10:18 - pubblicato in: neuroscienze

Chi non ha un diploma di superiori, ha più probabilità di sviluppare problemi di memoria o l'Alzheimer. L'istruzione gioca un ruolo centrale nel funzionamento della memoria e nel rischio demenza, lungo l'arco di vita, ed è provato che chi possiede almeno un diploma di superiori ha un vantaggio rispetto ai coetanei meno istruiti. Ma c'è una possibilità di riscatto anche per loro.

Uno studio recente su vasta scala mostra che le persone con un grado d'istruzione più basso possono compensare l'aumento di rischio, impegnandosi in esercizi mentali come quelli enigmistici, puzzle e rompicapo, leggendo e seguendo lezioni didattiche di vario tipo.

Lo studio dimostra che attraverso lo svolgimento di queste attività è possibile abbassare il rischio allo stesso livello di chi ha ricevuto più istruzione.

Fonte:
Margie Lachman et al. Brandeis University (2010, January 12). Got cognitive activity? It does a mind good.


(aggiungi un commento)

L'esperienza modifica le connessioni cerebrali in età adulta

Giuseppe Santonocito - 17/06/10 - 09:54 - pubblicato in: neuroscienze

Il cervello adulto, a lungo considerato fisso per quanto riguarda i suoi collegamenti, è invece notevolmente dinamico. I neuroscienziati credevano che le connessioni cerebrali fossero stabilite in giovane età, durante i cosiddetti periodi critici, e che successive modificazioni fossero impossibili. Recenti scoperte sfidano invece questa nozione, mostrando che la circuiteria cerebrale dell'adulto si modifica costantemente in funzione dell'esperienza.

I ricercatori hanno osservato ad esempio che, nel topo, le cellule cerebrali che ricevono segnali dai baffi modificano le loro connessioni con gli altri neuroni se uno dei baffi viene rimosso. L'esperimento spiega in che modo la corteccia cerebrale somatosensoriale può modificarsi.

In particolare, è stato osservato che le cellule che prima ricevevano input dal baffo rimosso, cambiano gradualmente i loro collegamenti, iniziando già minuti dopo la rimozione e proseguendo per settimane, in modo da riconnettersi alle cellule degli altri baffi rimasti intatti.

Il metodo usato consiste in marcatori proteici cellulari fluorescenti, usati per contrassegnare e poi ispezionare in alta risoluzione le varie sinapsi (connessioni fra una cellula e l'altra) in un cervello vivente e intatto. In tal modo è stato possibile stabilire lo schema di connessione di gruppi di cellule prima e dopo la rimozione del baffo, e documentarne i cambiamenti.

Fonte:
Marik SA, Yamahachi H, McManus JNJ, Szabo G, Gilbert CD. Axonal Dynamics of Excitatory and Inhibitory Neurons in Somatosensory Cortex. PLoS Biology, 2010.


(aggiungi un commento)

L'uso di droghe cosiddette ricreative si associa al comportamento impulsivo

Giuseppe Santonocito - 29/01/10 - 17:44 - pubblicato in: neuroscienze

Un gruppo di psicologi dell'Università di Almeria, in Spagna, condotto dal Dr. P. Flores e dal Dr. F. Zaldívar ha concluso uno studio sull'uso di sostanze da parte di giovani studenti universitari e la manifestazione di comportamenti impulsivi nello stesso gruppo, sul piano cognitivo e psicomotorio.

I risultati dicono che i consumatori abituali di cannabis e alcol sono più impulsivi dei non consumatori. Tuttavia non sono emersi fra i due gruppi fattori differenziali tali da permettere ai ricercatori di stabilire se siano le droghe a influenzare l'impulsività, oppure se i ragazzi impulsivi ricerchino l'uso di droghe.

Fonte:
P. Flores and F. Zaldívar. 2009. Andalucía Innova. Recreational drug use is related to impulsive behavior, Spanish research reveals.


(aggiungi un commento)

Al cervello fa bene parlare più lingue

Giuseppe Santonocito - 28/01/10 - 10:30 - pubblicato in: neuroscienze

Per lungo tempo in ambiente scientifico ci sono state discussioni sulla questione: conoscere e usare più lingue può avere effetti benefici sul cervello e sul pensiero? Diversi sudi internazionali indicano che la conoscenza di più di una lingua dà all'individuo un vantaggio considerevole.

Un rapporto del team di ricerca della Commissione Europea, The Contribution of Multilingualism to Creativity (Il contributo del multilinguismo alla creatività, n.d.t.) presenta la prima macroanalisi delle prove disponibili sull'argomento.

D. Marsh, specialista alla Continuing Professional Development Centre of Jyväskylä University e che ha coordinato la squadra di ricerca internazionale dello studio, afferma che le neuroscienze offrono un numero crescente di prove sul fatto che la conoscenza di più lingue è benefica alle funzioni cerebrali dell'individuo.

Sei sono le aree dove il multilinguismo, e quindi la padronanza di complessi processi di pensiero darebbe vantaggi: apprendimento generale, pensiero complesso e creatività, flessibilità mentale, abilità di comunicazione interpersonale, e persino un possibile ritardo nell'insorgenza di malattie mentali legate all'età.

Una delle funzioni studiate riguarda la memoria a breve termine, che le persone usano quando pensano, imparano e prendono decisioni. "È evidente che una memoria maggiore e più efficiente può avere un profondo impatto sulle funzioni cognitive", dice Marsh. Questa potrebbe essere una ragione del perché il poliglotta esibisce performance superiori nei compiti di problem solving rispetto a chi parla una sola lingua.

Una volta si pensava che questo tipo di benefici fosse evidente solo nelle persone bilingui o trilingui. Questa ricerca, tuttavia, suggerisce che cambiamenti nell'attività cerebrale sono rilevabili anche nelle prime fasi di apprendimento di una nuova lingua. Da qui si sottolinea l'importanza di una corretta educazione allo studio delle lingue nelle scuole e negli studi superiori.

Fonte:
D. Marsh et al. 2009. Academy of Finland. Brains benefit from multilingualism.


(aggiungi un commento)

Scienziati decifrano il meccanismo di formazione della memoria a lungo termine

Giuseppe Santonocito - 19/01/10 - 17:37 - pubblicato in: neuroscienze

Ricercatori al Karolinska Institutet hanno scoperto un meccanismo che controlla la capacità del cervello di creare memorie durevoli.

In esperimenti con cavie geneticamente modificate è stato possibile accendere e spegnere a volontà la capacità dell'animale di formare tracce di memoria, aggiungendo delle sostanze nella loro acqua da bere.

I risultati sono potenzialmente importanti per il trattamento di malattie come l'Alzheimer e l'ictus.

"Siamo continuamente inondati di impressioni sensoriali", dice il Prof. L. Olson, capo dello studio, "ma in breve il cervello deve decidere cosa dev'essere immagazzinato e cosa no. Si tratta del meccanismo secondo il quale le fibre nervose vengono alterate, che siamo stati in grado di descrivere."

La capacità di convertire nuove impressioni sensoriali in tracce di memoria è alla base di qualunque tipo di apprendimento. Ma mentre molto si sa dei primi stadi di questo processo, che portano a memorie della durata di qualche ora attraverso i segnali biochimici che alterano le connessioni fra neuroni (sinapsi), molto meno noto è il meccanismo che fa sì che questi cambiamenti diventino durevoli e si trasformino in memorie a lungo termine nella corteccia cerebrale.

La presente ricerca ha scoperto che un recettore molecolare chiamato nogo receptor 1 (NgR1) sulla membrana cellulare gioca un ruolo chiave in questo processo. Quando le cellule nervose sono attivate, il gene che controlla NgR1 viene disattivato. Il gruppo di ricerca del Prof. Olson ipotizzava che questa disattivazione potesse essere importante nella creazione di memorie a lungo termine. Per verificare quest'ipotesi, hanno creato una cavia con un gene NgR1 addizionale, che potesse restare attivo mentre la sua copia normale veniva disattivato.

"In questo modo abbiamo visto che la capacità di ritenere in memoria le informazioni per le prime 24 ore rimaneva normale nella cavia geneticamente modificata", dice il Prof. Olson, "ma che invece aveva serie difficoltà a convertire la memoria a breve termine in memoria a lungo termine, quella che dura per mesi."

Per attivare e disattivare il gene addizionale, i ricercatori hanno aggiunto un innocuo additivo alla loro acqua da bere. Quando il gene extra veniva disattivato, la cavia manteneva la normale capacità di formare ricordi a lungo termine. Quando invece il gene veniva attivato, la capacità svaniva.

"Sappiamo che colpi alla testa possono provocare nelle persone la perdita del ricordo dei fatti avvenuti una settimana prima dell'incidente, che chiamiamo amnesia retrograda, anche se possiamo ricordare ciò che è successo prima di una settimana. Questo fatto pensiamo che sia allineato con i risultati dei nostri esperimenti", dice A. Karlén, membro del gruppo di ricerca.

Gli scienziati sperano che i risultati possano essere utilizzati nello sviluppo di nuovi medicamenti per i deficit di memoria, come quelli legati all'Alzheimer e all'ictus. Farmaci che utilizzino il funzionamento del sistema recettore NgR1 potrebbero migliorare la capacità del cervello di formare memorie a lungo termine.

Fonte:
A. Karlén, T. E. Karlsson, A. Mattsson, K. Lundströmer, S. Codeluppi, T. M. Pham, C. M. Bäckman, S. O. Ögren, E. Åberg, A. F. Hoffman, M. A. Sherling, C. R. Lupica, B. J. Hoffer, C. Spenger, A. Josephson, S. Brené, & L. Olson. Nogo receptor 1 regulates formation of lasting memories. PNAS (online edition) 2009.


(aggiungi un commento)

Uso di amfetamine in adolescenza può danneggiare memoria di lavoro in età adulta

Giuseppe Santonocito - 18/01/10 - 18:47 - pubblicato in: neuroscienze

Cavie da laboratorio esposte ad alte dosi di amfetamina a un età corrispondente alla tarda adolescenza nell'uomo, mostrano deficit di memoria significativi molto tempo dopo l'esposizione.

Il declino della memoria a breve termine e della memoria di lavoro risulta più pronunciato quando la cavia è esposta durante l'adolescenza piuttosto che in età adulta, secondo i ricercatori.

"Gli animali che assumono amfetamina in adolescenza mostrano prestazioni più scadenti in compiti che richiedono l'uso della memoria di lavoro, rispetto agli animali che prendono le stesse dosi di amfetamina da adulti", dice il professor J. Gulley, psicologo che ha condotto lo studio insieme a J. Stanis.

La preoccupazione è rivolta ai ragazzi che abusano di amfetamine, dice Gulley, che possono assumerne dosi anche molto alte senza nemmeno rendersene conto.

"L'adolescenza è il periodo nel quale il cervello continua a svilupparsi sino alla sua forma matura, e l'esposizione alle sostanze in questo periodo così critico può avere conseguenze negative e permanenti. I nostri risultati rivelano che gli adolescenti sono particolarmente sensibili agli effetti sulle funzioni cognitive delle amfetamine (contenute ad esempio nelle droghe sintetiche come l'ecstasy, n.d.t.) e che questi effetti possono persistere una volta che l'uso è cessato."

Fonte:
J. Gulley  and J. Stanis. 2009. University of Illinois at Urbana-Champaign. Amphetamine Use In Adolescence May Impair Adult Working Memory.


(aggiungi un commento)

Utenti di internet principianti sviluppano fortemente funzioni cerebrali dopo una sola settimana

Giuseppe Santonocito - 17/01/10 - 17:28 - pubblicato in: neuroscienze

Scienziati della UCLA hanno trovato che adulti di mezza età o più anziani, con poca o nessuna esperienza nell'uso di internet, sono riusciti a sviluppare in maniera notevole funzioni cerebrali come quelle di controllo delle decisioni e del ragionamento complesso, dopo una sola settimana di navigazione nel web.

I risultati sono stati pubblicati al convegno di ottobre della Society for Neuroscience, e suggeriscono che imparare a usare internet può stimolare importanti schemi di attivazione cerebrale e la cognizione, nell'adulto e nell'anziano.

Via via che il cervello invecchia, avvengono alcuni cambiamenti funzionali e strutturali come atrofia, riduzione nell'attività delle cellule e aumento dei depositi di placche amiloidi, che possono interferire con le funzioni cognitive.

I ricercatori hanno mostrato che la stimolazione cerebrale come quella che avviene negli utenti assidui di internet può influenzare l'efficienza dell'elaborazione cognitiva e modificare il modo nel quale il cervello codifica le nuova informazioni.

"Abbiamo trovato che le persone anziane con minima esperienza, effettuando ricerche in internet anche per un periodo relativamente breve, possono modificare il funzionamento del loro cervello e aumentarne la funzionalità", dice G. Small, leader dello studio e professore di psichiatria alla UCLA.


G. Small et al. 2009. University of California - Los Angeles. First-time Internet Users Find Boost In Brain Function After Just One Week.


(aggiungi un commento)

Chi apprende visivamente converte le parole in immagini nel cervello

Giuseppe Santonocito - 02/01/10 - 17:27 - pubblicato in: neuroscienze

Uno studio psicologico della University of Pennsylvania rivela che le persone che apprendono in maniera visiva hanno la tendenza a convertire in immagini le informazioni presentate in forma verbale, e viceversa. Ovvero chi apprende meglio dalle parole converte mentalmente le immagini ricevute in parole.

Più un individuo è classificabile come "visivo", più quell'individuo attiva la sua corteccia visiva mentre legge un testo, e anche l'opposto appare vero dallo studio.

Ricerche successive potranno basarsi su questi risultati e riuscire a determinare se lo stile cognitivo di apprendimento - visivo o verbale - è innato o può essere appreso. A seconda della flessibilità con cui è possibile adottare un certo stile, un insegnante potrebbe utilizzare uno stile o l'altro per migliorare l'apprendimento dello studente.

Si è creduto per molto tempo che la propensione verso uno stile visivo o verbale influenzasse la qualità dell'apprendimento dei bambini e il ragionamento da adulti. Tuttavia, allo stato attuale delle conoscenze non esiste conferma a quest'ipotesi.

Fonte:
T. Schill, D. Kraemer and L. Rosenberg. 2009 University of Pennsylvania. Visual Learners Convert Words To Pictures In The Brain And Vice Versa, Says Psychology Study.


(2 commenti)

Il risultato inaspettato è fondamentale nell'apprendimento

Giuseppe Santonocito - 01/01/10 - 12:31 - pubblicato in: neuroscienze

La sensibilità del cervello umano agli eventi inaspettati ha un ruolo fondamentale nella capacità di adattarsi e imparare nuovi comportamenti, secondo il nuovo studio di una squadra di psicologi e neuroscienziati della University of Pennsylvania.

Utilizzando un gioco di carte computerizzato e osservando l'attività neurale del cervello dei soggetti, lo studio pubblicato a marzo nella rivista Science suggerisce che i neuroni di un'area particolare (substantia nigra) modulano l'apprendimento tenendo conto della discrepanza fra il risultato atteso e il risultato reale del compito che stiamo svolgendo.

"Questo studio è il primo a confermare il ruolo di queste aree nervose negli schemi di rinforzo, che includono l'apprendimento, le dipendenze da sostanze e i disturbi che riguardano i comportamenti di ricompensa", dice K. Zaghloul, leader dello studio e post-dottoranda alla Penn's School of Medicine.

"Rispondendo ad esempio a ricompense monetarie inattese, queste parti del cervello sembrano aumentare le probabilità che il comportamento appena eseguito venga ricordato e rimesso in atto più frequentemente in futuro."

L'apprendimento, in passato studiato soprattutto negli animali, sembra avvenire quando queste aree nervose - contenenti soprattutto neuroni dopaminergici - vengono attivate in risposta alle ricompense inattese e disattivate quando la ricompensa attesa non arriva. In parole più semplici, una vincita fortunata viene ricordata meglio di una probabile perdita.

"In modo simile alla teoria economica dei mercati efficienti, secondo la quale i mercati rispondono agli eventi inattesi mentre gli eventi attesi non hanno effetti, abbiamo trovato che il cervello degli esseri umani sembra essere costruito proprio in questo modo razionale: si attiva quando succede qualcosa di inatteso, ma non quando le cose sono prevedibili", dice M.J. Kahana, coautore senior e professore di psicologia alla Penn's School of Arts and Sciences.

Fonte:
K.A. Zaghloul, J.A. Blanco, C.T. Weidemann, K. McGill, J.L. Jaggi, G.H. Baltuch, and M.J. Kahana. 2009. University of Pennsylvania. 'The Unexpected Outcome' Is A Key To Human Learning. (Also by the same authors: Human Substantia Nigra Neurons Encode Unexpected Financial Rewards. Science, 2009.


(aggiungi un commento)

Un altro modo di udire il cuore

Giuseppe Santonocito - 05/11/09 - 16:34 - pubblicato in: neuroscienze

Un nuovo studio suggerisce che il senso interno del nostro stato cardiovascolare, la "coscienza propriocettiva" dei battiti del nostro cuore, viaggia su due binari distinti.

L'Università dell'Iowa (USA) ha prodotto una ricerca secondo la quale oltre al percorso relativo alla corteccia cerebrale insulare - oggetto di molti studi sulla propriocezione - esisterebbe anche un percorso addizionale, che andrebbe dalle fibre sensoriali della pelle sino alla corteccia somatosensoriale, un'area del cervello deputata nella mappatura dell'esterno del corpo e del senso della postura.

La ricerca si è basata su un paziente di nome "Roger", che presentava un anomalia cerebrale estremamente rara, con danni alle aree insulari bilaterali ma con corteccia somatosensoriale intatta.

Fonte:
Roy J., L. A. Carver. 2009. University of Iowa. Second Pathway To Feeling Your Heartbeat, Study Reveals.


(aggiungi un commento)

Dove fede e scetticismo s'incontrano

Giuseppe Santonocito - 28/10/09 - 19:52 - pubblicato in: neuroscienze

Quando si parla di fede, credenti e non credenti sembrano ragionare in modo molto diverso. Ma a livello cerebrale, credere in Dio è diverso dal credere che il sole è una stella, oppure che 4 è un numero pari?

La fede religiosa resta uno degli aspetti più significativi e misteriosi della vita umana, e dobbiamo ammettere di conoscere ancora poco dei rapporti che la fede ha con le convinzioni di altro tipo. Allo stesso modo, non sappiamo ancora esattamente se i credenti differiscono dai non credenti nel modo in cui valutano i fatti.

Nel primo studio di neuroimaging che ha confrontato le risposte cerebrali di credenti con quelle di non credenti, ricercatori della UCLA e dell'Università del Sud della California hanno scoperto che mentre il cervello risponde in modo molto diverso alle affermazioni religiose e a quelle non religiose, il processo di credere o non credere a un'affermazione, religiosa o meno, sembra essere governato dalle stesse aree cerebrali, sia nei soggetti credenti che in quelli non credenti.

Lo studio ha anche mostrato che i devoti cristiani e i non credenti usano le stesse aree cerebrali per giudicare la veridicità delle affermazioni religiose e non religiose. I risultati, secondo gli autori, rappresenterebbero un importante avanzamento nello studio della psicologia della religione.

Lo studio coinvolgeva 30 adulti - 15 cristiani praticanti e 15 non credenti - sottoposti a esami di risonanza magnetica funzionale mentre valutavano l'esattezza di asserzioni religiose o non religiose mediante risposte vero/falso.

Le asserzioni non religiose erano scelte in modo da produrre una quasi perfetta concordanza fra i due gruppi (ad es. "le aquile esistono davvero"), mentre quelle religiose dovevano produrre una quasi perfetta discordanza (ad es. "gli angeli esistono davvero").

Elaborando i risultati si è scoperto che il pensiero religioso fa un uso maggiore delle aree cerebrali che governano le emozioni e di quelle che gestiscono i conflitti e l'incertezza, in entrambi i gruppi. Invece, pensare a frasi di tipo non religioso fa utilizzare maggiormente il richiamo delle informazioni presenti in memoria.

In parole più semplici, entrambi credenti e non credenti appaiono utilizzare le stesse aree cerebrali sia quando valutano affermazioni relative alla religione, sia quando valutano affermazioni che non hanno niente a che vedere con la religione.

Quindi, sebbene questi risultati siano importanti per altri versi, non sappiamo ancora in che cosa effettivamente differisca l'attività cerebrale dei credenti da quella dei non credenti.

Fonte:
S. Harris, M. Cohen. 2009. University of California, Los Angeles. Where Religious Belief And Disbelief Meet.


(aggiungi un commento)

Trovate differenze di attività cerebrale fra credenti e non credenti

Giuseppe Santonocito - 24/10/09 - 19:31 - pubblicato in: neuroscienze

Credere in Dio può aiutare a bloccare l'ansia e ridurre lo stress, secondo uno studio che ha analizzato le differenze dell'attività cerebrale fra credenti e non credenti di una particolare area del cervello, nota come corteccia cingolata anteriore (CCA).

Quest'area è di solito attivata quando si deve modificare il proprio comportamento ed è necessaria una maggiore attenzione, ad esempio in seguito ad ansia perché si sta sbagliando a svolgere un determinato compito.

Il Prof. M. Inzlicht nell'esperimento sottoponeva i partecipanti a un compito che richiedeva attenzione a non sbagliare nel riconoscere il colore di alcune parole proiettate su uno schermo (test di Stroop).

Ebbene, è risultato che quanto più forte era la fede religiosa del soggetto, e quanto più fortemente credeva in Dio, tanto meno la CCA si attivava in risposta ai suoi errori, e tanti meno errori commetteva. Questa correlazione rimaneva forte anche distinguendo i soggetti per abilità cognitiva e tratti di personalità.

L'esperimento mostra che la fede ha un effetto calmante sui devoti, che li fa sentire meno ansiosi riguardo agli sbagli commessi e di fronte all'ignoto.

Ma il Prof. Inzlicht ammonisce che un certo livello di ansia a volte è necessario e utile, per motivarci a migliorare e ad andare avanti. E questa è un'acquisizione consolidata della ricerca psicologica.

Fonte:
M. Inzlicht, I. McGregor, J. Hirsh, K. Nash. 2009. Brain Differences Found Between Believers In God And Non-believers. University of Toronto.


(aggiungi un commento)

Stress: uomini e donne rispondono in maniera diversa

Giuseppe Santonocito - 20/10/09 - 19:39 - pubblicato in: neuroscienze

Quando sottoposti a una situazione stressante, il cervello di uomini e donne reagisce in maniera diversa.

Negli uomini il flusso sanguigno aumenta nella regione corticale orbito-frontale sinistra, che suggerisce un'attivazione della tipica risposta di "attacco o fuga" (fight or flight in inglese). Nelle donne è invece maggiormente attivato il sistema limbico, associato alle risposte emotive.

Molti libri e film evidenziano le differenze esistenti fra uomini e donne, ma i neuroscienziati, attraverso la tecnica della risonanza magnetica funzionale, hanno trovato le prove che i cervelli maschili e femminili funzionano proprio in maniera diversa - almeno quando sono sotto stress.

Fonte:
http://www.sciencedaily.com/videos/2008/0403-men_are_from_mars.htm


(aggiungi un commento)





scrivimi
segnala a un amico
login
registrazione
novità & commenti
tutti (253)
alimentazione (28)
ansia/panico (25)
comunicazione (4)
consulenza az. (1)
cultura (6)
depressione (21)
evoluzione (5)
famiglia (13)
formazione (7)
generale (33)
lavoro (15)
media (5)
mod. strategico (1)
neuroscienze (19)
psicoterapia (13)
relazioni (10)
scuola (4)
sessualità (3)
società (11)
sport (4)
sviluppo (20)
training autogeno (2)
website (3)
archivi
2010 (94)
2009 (102)
2008 (57)



ultima revisione
06/09/10
       
  dr. giuseppe santonocito - psicologo
info@incom.fi.it   cell. 329 4073565   tel. 055 8734699
firenze, signa