![]()
|
Perché la depressione in terza età è più difficile da trattare?Gli studiosi gettano nuove luci sulle cause che rendono più difficile sia trattare la depressione in tarda età, che mantenere i risultati delle cure. Sembra che l'anziano depresso non risponda normalmente agli stimoli emotivi, ad esempio vedendo facce allegre, tristi o neutre. In altre parole, lo studio ha trovato differenze significative fra l'anziano depresso e l'anziano normale nella percezione e nella risposta alle espressioni facciali. L'esistenza di una mancata regolazione degli stati emotivi nel depresso adulto - quindi non anziano - era già stata rilevata, e alcuni studi avevano mostrato che essa è un predittore delle ricadute nei disturbi dell'umore. Ma la maggior parte degli studi sulla depressione in età senile si era focalizzata sul declino delle funzioni cognitive, suggerendo che più queste fossero compromesse, peggiore sarebbe stata la prognosi di depressione. I nuovi dati suggeriscono invece che è necessario tener conto anche delle emozioni, per capire meglio la neurobiologia della depressione nell'anziano e poterla trattare con più efficacia. Fonte: Mah, Linda; Pollock, Bruce G. Emotional Processing Deficits in Late-Life Depression. American Journal of Geriatric Psychiatry, 2010.
Le cattive abitudini fanno bene?Quando le persone sono sotto stress cronico, tendono a fumare, bere, fare uso di droghe e mangiare troppo, per far fronte allo stress. Questi comportamenti innescano dei meccanismi biologici a catena, che aiutano a prevenire la depressione, ma contribuiscono anche a una serie di problemi fisici che alla fine portano a morte precoce. Questo risultato di uno studio del maggio scorso aiuta a risolvere un rompicapo che affligge da tempo gli epidemiologi: come mai gli afroamericani hanno una salute fisica peggiore dei bianchi, ma una salute psichica migliore? La gente adotta cattive abitudini per ragioni funzionali, non per mancanza di carattere o ignoranza, dice uno degli autori. Nel corso della vita, le strategie che aiutano i neri a mantenere la loro salute mentale, potrebbero essere funzionali rispetto a un ambiente che produce disuguaglianze sociali ed economiche. Il rovescio della medaglia, però, consisterebbe in una salute fisica peggiore dalla mezza età in poi. Fonte: J. S. Jackson, K. M. Knight, J. A. Rafferty. Race and Unhealthy Behaviors: Chronic Stress, the HPA Axis, and Physical and Mental Health Disparities Over the Life Course. American Journal of Public Health, 2009.
Gravità del disturbo da alimentazione incontrollata legata all'abuso fisico o emotivo infantileImmaginate di ingoiare la quantità di cibo di tutta una giornata in meno di due ore. Immaginate di sentirvi disgustati, depressi e in colpa una volta terminato. E poi immaginate di rifarlo ancora, ripetutamente e senza controllo, più volte la settimana, per mesi o anni. Avete appena immaginato di essere affetti dal disturbo di alimentazione incontrollata, o BED (binge eating disorder), una malattia psichiatrica simile alla bulimia, ma senza le condotte di eliminazione come vomito o esercizio fisico e senza le costanti fantasie riguardo al cibo. Molte persone affette da BED, infatti, hanno pensieri molto negativi sul cibo. Uno studio su 170 soggetti affetti da questo disturbo ha scoperto che la sua gravità, misurata dal livello d'insoddisfazione corporea e sintomi depressivi, sembra essere legata a una storia specifica di abusi sessuali o emotivi durante l'infanzia, che a sua volta porta a feroce autocritica. È interessante che tale correlazione sia stata rilevata solo per gli abusi di tipo sessuale o emotivo, ma non per quelli fisici, né nei soggetti che sono stati trascurati fisicamente o emotivamente da piccoli. Il suggerimento per i terapeuti è di focalizzarsi sull'autocritica, trovandosi a dover aiutare persone affette da BED. Infatti, l'autocritica sembra fungere da mediatore nell'espressione del disturbo. Fonte: David M. Dunkley, Robin M. Masheb, Carlos M. Grilo. Childhood maltreatment, depressive symptoms, and body dissatisfaction in patients with binge eating disorder: The mediating role of self-criticism. International Journal of Eating Disorders, 2010.
Il denaro rende felici se rende più ricchi dei viciniUno studio alla Warwick and Cardiff University ha trovato che il denaro rende felici solo se migliora lo status sociale. La semplice acquisizione del denaro non è sufficiente, per essere felici le persone devono percepire di averne più di amici, conoscenti e colleghi di lavoro. I ricercatori stavano cercando di spiegare come mai le persone nei paesi ricchi non siano diventate in media più felici, negli ultimi 40 anni, sebbene lo sviluppo economico abbia portato a un notevole incremento delle entrate. In sostanza lo studio ha mostrato che il reddito relativo di una persona è il miglior predittore della soddisfazione globale che quella persona riesce a trarre dalla vita, mentre la quantità assoluta di denaro guadagnato in confronto al livello medio di reddito degli altri non sembra avere alcun effetto. In altre parole, guadagnare un milione di euro l'anno non basta a renderci felici, se sappiamo che tutti i nostri amici guadagnano due milioni di euro. Fonte: C. J. Boyce, G. D.A. Brown, S. C. Moore. Money and Happiness: Rank of Income, Not Income, Affects Life Satisfaction. Psychological Science, 2010.
Mele per me, patate fritte per teHai l'impressione che la mamma ti spinga a mangiare il dessert? Secondo un nuovo studio, si scelgono cibi meno sani, quando li scegliamo per gli altri. In una serie di studi sulle scelte alimentari, i ricercatori hanno scoperto che i consumatori esercitano maggior autocontrollo quando scelgono per loro stessi. Ai partecipanti è stato chiesto di scegliere 4 item da un menu di 16 cibi salutari (ad es. uva, coste di sedano, cereali) e da un menu di cibi voluttuari (ad es. barre di cioccolato, biscotti, caramelle, gelato, ciambelle). A metà dei partecipanti è stato chiesto di scegliere i 4 cibi per loro stessi, all'altra metà di sceglierli per un amico. Scegliendo per loro stessi, i soggetti indicavano cibi salutari e voluttuari in maniera equilibrata. Ma scegliendo per altri, indicavano in maggioranza cibi voluttuari. Gli autori hanno poi effettuato uno studio su consumatori reali, all'uscita di un supermercato, che ha confermato questi risultati e mostrato che i consumatori compravano più cibi voluttuari per familiari, amici o coinquilini. Uno studio finale ha poi mostrato che le scelte diventavano più equilibrate quando i soggetti venivano messi a conoscenza dei motivi di questa ricerca. Le ricadute in materia di salute pubblica sono evidenti, dal momento che nelle famiglie i cibi sono comprati di solito da qualcuno per qualcun'altro - tipicamente: dai genitori per i figli, o da un genitore per tutta la famiglia. Rendere edotte le persone di questo tipo di tendenza potrebbe aiutare a limitare la diffusione dell'obesità e delle cattive abitudini alimentari. Fonte: Juliano Laran, University of Chicago Press Journals (2010, March 23). Apples for me, potato chips for you: Consumers buy healthier foods for themselves.
Il tipo di pavimento può influenzare le scelte dei consumatoriDagli insegnanti ai parrucchieri, chiunque lavori in piedi tutto il giorno sa che il pavimento può fare la differenza fra una buona e una cattiva giornata. Ma può la differenza fra moquette e mattonelle influenzare le scelte dei consumatori? In uno studio di questo mese, gli autori hanno esplorato le sensazioni evocate dai due tipi di pavimento più comunemente usati nei negozi di vendita al dettaglio: la moquette e il vinile duro. Quando una persona sta in piedi sulla moquette, riceve una sensazione gradevole, ma l'ironia è che giudica i prodotti che gli sono davanti come meno gradevoli. Gli autori hanno condotto innanzitutto un studio preliminare, per dimostrare che la moquette suscita un maggior senso di comfort fisico, rispetto al pavimento duro. Poi si sono posti la seguente domanda: "Queste sensazioni di gradevolezza, si trasferiscono nella valutazione dei prodotti che le persone stanno osservando, mentre fanno shopping?" I ricercatori hanno fatto stare i partecipanti in piedi su delle morbide moquette oppure su pavimenti duri, e poi gli hanno fatto osservare e valutare prodotti collocati sotto i loro occhi oppure a una distanza moderata. Nel caso dei prodotti distanti, il giudizio era inconsapevolmente influenzato dalle loro sensazioni corporee. Ossia, nel caso della moquette, i prodotti erano giudicati più gradevoli se lontani, ma meno gradevoli se vicini. Ovviamente questi risultati possono avere implicazioni notevoli nell'arredamento di negozi e grandi magazzini. Fonte: Joan Meyers Levy, Rui (Juliet) Zhu, Lan Jiang. Context Effects from Bodily Sensations: Examining Bodily Sensations Induced by Flooring and the Moderating Role of Product Viewing Distance. Journal of Consumer Research, 2010.
Per restare a dieta non basta la forza di volontà, ci vuole anche semplicitàMolti pensano che per riuscire a mantenere una dieta contino solo forza di volontà e impegno. Ma mentre queste cose sono importanti, c'è anche un aspetto più sottile che aiuta a perdere chili, ovvero la percezione della complessità del programma di dieta. Scienziati cognitivi alla Indiana University e al Max Planck Institute for Human Development a Berlino hanno confrontato il comportamento alimentare di donne che seguivano due programmi di dieta radicalmente diversi, trovando che quanto più complicato le persone trovano il loro piano di dieta, tanto prima è probabile che lo abbandonino. Le persone che seguono una dieta complicata si trovano di fronte una difficoltà aggiuntiva, che consiste nel tenere il conto dei tipi e delle quantità di cibo ingerite. Tale difficoltà può aumentare lo scoraggiamento e indurre a interrompere la dieta. L'effetto si manifesta anche in soggetti con buona autoefficacia, ovvero anche quando la persona è convinta della propria capacità di portare a termine un impegno e raggiungere un obiettivo. In altri termini, anche se sei convinto di poterci riuscire, percepire la dieta come complessa può condurre alla rinuncia. La dieta non si esaurisce nella propria testa, l'ambiente esterno è importante. Accorgimenti come tenere gli snack lontano dagli occhi, e preparare le porzioni fuori dalla tavola, prima d'iniziare a consumarle, possono essere decisivi nell'evitare di mangiare senza pensarci. Ma anche l'ambiente cognitivo (interno) può essere costruito in maniera ottimale, adottando regole semplici da capire, ricordare e seguire. Un'indicazione pratica per chiunque voglia mettersi a dieta è di valutarne diverse, guardando le regole proposte da ogni programma e quante cose è necessario tenere a mente per seguirlo. A parità di validità da un punto di vista nutrizionale, la dieta che ha più probabilità di essere mantenuta è quella più semplice. Fonte: Indiana University (2010, January 15). Sticking to diets is about more than willpower - complexity matters.
La dieta mediterranea diminuisce i rischi di danno cerebraleLa dieta mediterranea può aiutare a evitare danni ad alcune aree cerebrali che causano problemi di pensiero e memoria, secondo uno studio presentato al 62esimo convegno annuale della American Academy of Neurology, lo scorso aprile. Lo studio ha mostrato che chi segue un regime alimentare mediterraneo ha meno probabilità di subire un infarto cerebrale o la morte di piccole aree di tessuto legate alle funzioni cognitive superiori. La dieta mediterranea include grandi quantità di vegetali, legumi, frutta, cereali, pesce e acidi grassi monoinsaturi come l'olio d'oliva, bassa assunzione di acidi grassi saturi, latticini, carne e pollame, e una moderata assunzione di alcol. Lo studio ha analizzato la dieta di 712 abitanti di New York, divisi in 3 gruppi in base a quanto strettamente stavano seguendo la dieta mediterranea. Sono state condotte analisi MRI del cervello in media 6 anni dopo l'inizio dello studio. Sul totale, 238 persone hanno mostrato segni di danno cerebrale, ma coloro che seguivano la dieta mediterranea più stretta avevano il 36% di probabilità in meno di averne. Fonte: American Academy of Neurology (2010, February 9). Mediterranean diet may lower risk of brain damage that causes thinking problems.
Ci riuscirò? La scienza dell'automotivazioneÈ possibile automotivarsi? Una ricerca recente mostra che domandarsi se riusciremo a svolgere un compito è più efficace che dire a se stessi: "Ce la farò". Esistono poche ricerche sul dialogo interno, ma sappiamo che ognuno di noi ne ha uno e che esso è in grado d'influenzare il modo in cui ci motiviamo e formiamo il nostro comportamento. Ma lo strumento motivazionale migliore è quello delle affermazioni, oppure quello delle domande? Lo studio ha messo alla prova 50 partecipanti, incoraggiandoli esplicitamente a passare un minuto chiedendosi se fossero stati capaci di svolgere un compito, oppure dicendosi che ci sarebbero riusciti. In altre parole, a un gruppo veniva detto di chiedersi: "Riuscirò a fare X?" mentre all'altro gruppo veniva detto di dirsi: "Io riuscirò a fare X". In un altro esperimento, a un gruppo veniva chiesto di scrivere la frase "I will" (ce la farò) e a un altro "Will I?" (ce la farò?). Il compito consisteva nell'esecuzione di anagrammi. Il gruppo di quelli che avevano scritto "Ce la farò?" ha ottenuto risultati significativamente migliori. Questa ricerca questiona il paradigma tradizionale della letteratura self-help sulla motivazione, secondo la quale il corretto dialogo interno per motivarsi prevedrebbe l'uso di affermazioni e non di domande. Sembra che quando è richiesto lo svolgimento di un compito comportamentale definito, le domande funzionino meglio delle autoaffermazioni. Fonte: University of Illinois at Urbana-Champaign (2010, May 27). Will we succeed? The science of self-motivation.
Consulenza psicologica gratuita per gli studenti universitariConsulenza psicologica agli studenti dell'ateneo di Firenze per aiutarli ad affrontare difficoltà nello studio e vita universitaria. Il servizio, gratuito, è attivo al centro di orientamento della facolta' di psicologia. Aiuterà a superare stress da inserimento, ansia per esami o da prestazione anche nei confronti delle attese della famiglia, problemi di orientamento o adattamento. Fonte: Ansa, 27 maggio 2010.
Le relazioni migliorano il rendimento scolasticoQuando gli studenti non rendono come dovrebbero, chi si occupa delle politiche scolastiche di solito esamina la dimensione delle classi, i curricula e le risorse disponibili all'istituto. Ma una ricerca all'università del Missouri suggerisce che stabilire delle buone relazioni interne può essere un metodo potente ed economico per migliorare il successo scolastico. Da una rassegna sulla ricerca disponibile risulta che gli studenti positivamente attaccati ai loro insegnanti e alla scuola hanno voti migliori e punteggi standardizzati ai test più elevati. "Oggi, relazioni di buona qualità fra insegnanti e studenti non sono solo un'opzione, ma fondamentali ai fini del rendimento" dice Christi Bergin, professore associato al MU College of Education. "Buone relazioni con i loro insegnanti predicono maggior conoscenza, punteggi ai test più elevati, motivazione più elevata e meno lezioni riparative. I ragazzi che hanno relazioni conflittuali con gli insegnanti tendono ad amare di meno la scuola, sono meno indipendenti e cooperano meno con la classe." A questo scopo gli autori della ricerca propongono la cura dei punti seguenti. Per gli insegnanti: - Aumentare il calore e l'empatia nelle interazioni con gli studenti. - Curare bene la propria preparazione. - Avere alte aspettative. - Prontezza nel fornire più opzioni agli studenti. - Usare il ragionamento invece della disciplina coercitiva, che danneggia le relazioni. - Aiutare gli studenti a essere gentili, disponibili e ad accettarsi gli uni con gli altri. - Intervenire nelle relazioni difficili con studenti specifici. Per la scuola: - Fornire una varietà di attività extracurriculari agli studenti. - Mantenere le scuole piccole. - Mantenere i ragazzi con gli stessi insegnanti e/o gli stessi compagni, negli anni. - Diminuire le riassegnazioni degli studenti ad altre classi. - Facilitare la transizione ad altre scuole o altri insegnanti. Fonte: University of Missouri-Columbia. 2009, June 30. Relationships Improve Student Success.
Dipendenti pagati a ore più felici degli stipendiatiI dipendenti pagati a ore mostrano una relazione più forte tra reddito e felicità, secondo uno studio pubblicato nell'ultimo numero di Personality and Social Psychology Bulletin (PSPB), rivista ufficiale della Society for Personality and Social Psychology. I ricercatori hanno studiato la relazione fra reddito e felicità, focalizzandosi sulle modalità organizzative che formano la relazione fra tempo e denaro, e rivelando che il modo in cui un dipendente è pagato influisce sulla sua sensazione di felicità. I ricercatori ipotizzano che i salariati a ore prestino maggior attenzione alla loro retribuzione rispetto a coloro che guadagnano uno stipendio. Questa concreta attenzione al valore del loro tempo influenza il livello di felicità percepito. "Le nostre vite lavorative sono soggette a diverse modalità di pagamento, che possono stimolare modi diversi di pensare, ad esempio riguardo al valore monetario del proprio tempo", scrivono gli autori Sanford E. DeVoe dell'Università di Toronto e Jeffrey Pfeffer dell'Università di Stanford. "È importante considerare il contesto più ampio in cui le persone vivono e lavorano al fine di ottenere una migliore comprensione delle determinanti della felicità." Fonte: DeVoe et al. When Is Happiness About How Much You Earn? The Effect of Hourly Payment on the Money - Happiness Connection. Personality and Social Psychology Bulletin, 2009.
Depressione letale come il fumoUno studio della University of Bergen, Norvegia, e dello Institute of Psychiatry (IoP) al King's College, Londra, ha trovato che la depressione è un fattore di rischio per la mortalità quanto il fumo. Utilizzando una base di dati di mortalità comprendente interviste a circa 60.000 persone, i ricercatori hanno scoperto che 4 anni dopo la ricerca il rischio di mortalità era salito della stessa quantità nelle persone depresse e in quelle fumatrici. Il Dr. Robert Stewart, capo dello studio, commenta a questi sorprendenti risultati: "Diversamente dal fumo, non sappiamo perché la depressione possa costituire causa di mortalità, ma certamente dovremmo studiare meglio questi dati perché la relazione è rimasta anche dopo aver escluso molti fattori". Lo studio mostra ad esempio che i pazienti con sola depressione subiscono l'aumento del fattore di rischio, mentre quelli con depressione e ansia hanno un rischio minore. Il Dr. Stewart spiega: "Uno dei messaggi di questa ricerca è che un po' d'ansia può anche essere benefica". Ma questa era una cosa già nota. Fonte: A. Mykletun, O. Bjerkeset, S. Øverland, M. Prince, M. Dewey and Robert Stewart. Levels of anxiety and depression as predictors of mortality: the HUNT study. The British Journal of Psychiatry, 2009.
Gli operatori sanitari dovrebbero prescrivere più spesso esercizio fisico per depressione e ansiaL'esercizio è un vero toccasana per le persone che soffrono di ansia e depressione, e dovrebbe essere prescritto più spesso dagli operatori della salute mentale, secondo alcuni ricercatori che hanno analizzato molti studi sull'argomento. "L'esercizio fisico si è dimostrato in grado di offrire grandi benefici per l'equilibrio mentale", dice Jasper Smits, direttore del Anxiety Research and Treatment Program alla Southern Methodist University in Dallas (USA). "Più terapeuti saranno formati nella prescrizione dell'attività fisica, meglio staranno i loro pazienti". Smits e Michael Otto, professore di psicologia alla Boston University, sono giunti ai loro risultati dall'analisi di dozzine di studi clinici e meta-analisi riguardanti il ruolo dell'esercizio fisico nel recupero e nel mantenimento della salute mentale. La rassegna dei due ricercatori ha dimostrato l'efficacia dei programmi di allenamento nel ridurre i sintomi di ansia e depressione. I trattamenti tradizionali di psicoterapia e farmacoterapia non riescono a raggiungere tutti coloro che ne avrebbero bisogno, dice Smits, mentre l'esercizio può colmare questa lacuna con quanti non possono ricevere cure tradizionali a causa dei costi, delle difficoltà di accesso, o a causa dello stigma sociale connesso ai trattamenti. "L'esercizio può in ogni caso coadiuvare i trattamenti tradizionali, aiutando i pazienti a restare più impegnati e motivati". Fonte: J. Smits & M. Otto, 2010. Southern Methodist University (April 6). Mental health providers should prescribe exercise more often for depression, anxiety, research suggests.
È meglio essere ricoverati o no, per il trattamento della bulimia?Uno studio tedesco pubblicato nel giugno 2009 sulla rivista Psychotherapy and Psychosomatics indaga le differenze fra il trattamento dei pazienti bulimici internati e quelli non internati. Nella bulimia, di solito vengono raccomandati trattamenti più intensi come il ricovero, quando le cure ricevute non riescono a sbloccare il problema. Questo è il primo studio randomizzato che confronta le opzioni di ricovero versus trattamento diurno. Pazienti con bulimia nervosa grave sono stati assegnati a una delle due forme di trattamento, simili per lunghezza e intensità. I sintomi sono stati valutati alla fine del trattamento e dopo 3 mesi di follow-up. 55 pazienti totali sono stati impiegati, dei quali 22 in regime diurno e 21 ricoverati. Alla fine del trattamento, è stata rilevata una significativa riduzione della patologia in entrambi i gruppi, e senza differenze significative fra i due gruppi. In conclusione, sia il ricovero che il trattamento in regime diurno si sono dimostrati efficaci nel trattamento di questa malattia. Ulteriori studi sono tuttavia necessari per confermare i risultati. Fonte: Journal of Psychotherapy and Psychosomatics. June 2009. It Is Better To Be In The Hospital For Treating Bulimia Nervosa?
La terapia familiare può aiutare il paziente depressoUno studio pubblicato nell'ultimo numero della rivista Psychotherapy and Psychosomatics suggerisce che la terapia familiare può aiutare i pazienti ricoverati per depressione maggiore, e può aiutare i partner dei pazienti a prendere coscienza dei miglioramenti più rapidamente. Gli interventi familiari si sono mostrati efficaci nel trattamento della depressione, ma raramente sono stati effettuati studi di questo tipo su pazienti depressi internati. Questo studio ha valutato l'impatto di un intervento con 83 pazienti, assegnati a caso a: 1. Trattamento usuale (23 pz.). 2. Trattamento usuale + terapia familiare singola (25 pz.). 3. Trattamento usuale + terapia familiare multipla (35 pz.). Degli incontri di follow up sono stati fatti a 3 mesi e a 15 mesi dalla fine dell'intervento. Alla fine dello studio le condizioni 2 e 3 hanno mostrato percentuali di risposta alla terapia significativamente maggiori: 49% per il caso 2, 24% per il 3 e 9% per l'1. Sono stati inoltre rilevati tassi superiori di pazienti che hanno smesso di usare farmaci antidepressivi (26%, 16% e 0, rispettivamente). I partner che hanno preso parte al percorso familiare hanno significativamente notato i miglioramenti dello stato emotivo dei loro congiunti in minor tempo rispetto ai familiari del caso 1. Questo studio suggerisce quindi che la terapia familiare può essere di beneficio ai pazienti internati con depressione maggiore, e che i loro partner possono apprezzarne i risultati più velocemente. Fonte: Journal of Psychotherapy and Psychosomatics.2009. Family Therapy May Help The Depressed Patient.
La psicoterapia offre prevenzione alle ragazze a rischio obesitàUna squadra di scienziati alla Uniformed Services University of the Health Sciences e del National Institutes of Health ha iniziato un programma pilota di psicoterapia per prevenire l'aumento di peso eccessivo nelle adolescenti a rischio obesità. Lo studio è pubblicato nella rivista International Journal of Eating Disorders e ha rilevato che le ragazze che hanno partecipato al programma possono riuscire a prevenire l'aumento di peso, in un anno, in confronto alle ragazze che hanno ricevuto solo dei comuni corsi di educazione alimentare. Il team di studiosi, diretto dal Dr. M. Tanofsky-Kraff, ha scelto di focalizzarsi su soggetti adolescenti perché già sovrappeso, e perché le ragazze stavano riportando episodi di perdita di controllo alimentare e abbuffate. La forma di psicoterapia utilizzata ha cercato di migliorare le relazioni interpersonali delle ragazze, occupandosi delle loro difficoltà sociali e relazionali. La psicoterapia ha mostrato di essere in grado di aiutare sia gli adulti che i giovani depressi e anche di ridurre il binge eating (disturbo da alimentazione incontrollata). Negli adulti, la diminuzione del binge eating può comportare perdita di peso e un minore riacquisto dello stesso nel tempo, in confronto a coloro che continuano ad abbuffarsi. Quindi, ridurre il binge eating è un'alternativa allettante per la prevenzione dell'obesità nei giovani. Fonte: M. Tanofsky-Kraff. 2009. Wiley-Blackwell. Psychotherapy offers obesity prevention for 'at risk' teenage girls.
Psicoterapia della depressione modifica parametri biologici?Un gruppo di ricercatori tedeschi ha dimostrato che l'aumento di un marcatore cellulare noto come CREB fosforilato (pCREB) è correlato alla risposta al trattamento psicoterapeutico, e che non dipende né da un intervento farmacologico né dai livelli plasmatici del fattore neurotrofico (BDNF). In parole povere, per la prima volta si è visto che dei marcatori biologici cellulari potrebbero modificarsi in risposta alla psicoterapia. In parole ancora più povere, ciò significherebbe che la psicoterapia ha un effetto diretto sul cervello, senza mediazione da parte dei farmaci. Il pCREB e le sue interazioni con il BDNF sono elementi essenziali ai fini della resilienza cellulare e della plasticità neurale, e giocano un ruolo decisivo nel concetto di neuroplasticità alterata nel disturbo depressivo maggiore. Gli autori dello studio avevano già dimostrato che l'incremento di pCREB nei linfociti T è associato in maniera significativa al miglioramento clinico dei pazienti trattati con antidepressivi. In questo studio, si sono focalizzati invece su pazienti trattati solo con psicoterapia per escludere qualunque azione farmacologica. Trenta pazienti che soddisfacevano i criteri DSM-IV per l'episodio depressivo maggiore sono stati selezionati per lo studio, e hanno ricevuto psicoterapia interpersonale (IPT) due volte la settimana. Dopo 6 settimane, 17 pazienti hanno risposto al trattamento, mostrando una riduzione del 50% rispetto al livello depressivo di partenza, misurato attraverso un'apposita scala. Dopo una sola settimana di trattamento i livelli di pCREB erano aumentati significativamente rispetto al gruppo dei soggetti che non avevano mostrato risposta, e la misura dei livelli plasmatici del BDNF non ha rivelato differenze fra i due gruppi. Inoltre, la correlazione fra BDNF e pCREB non era significativa. L'aumento precoce di pCREB era correlato alla risposta al trattamento psicoterapeutico e quindi non dipendeva né da un trattamento farmacologico né dai livelli del BDNF. In conclusione, per la prima volta è stato possibile associare dei marcatori cellulari alla risposta alla psicoterapia. Fonte: Journal of Psychotherapy and Psychosomatics (2009, July 6). Psychotherapy Of Depression Changes Biological Parameters?
L'uso di droghe cosiddette ricreative si associa al comportamento impulsivoUn gruppo di psicologi dell'Università di Almeria, in Spagna, condotto dal Dr. P. Flores e dal Dr. F. Zaldívar ha concluso uno studio sull'uso di sostanze da parte di giovani studenti universitari e la manifestazione di comportamenti impulsivi nello stesso gruppo, sul piano cognitivo e psicomotorio. I risultati dicono che i consumatori abituali di cannabis e alcol sono più impulsivi dei non consumatori. Tuttavia non sono emersi fra i due gruppi fattori differenziali tali da permettere ai ricercatori di stabilire se siano le droghe a influenzare l'impulsività, oppure se i ragazzi impulsivi ricerchino l'uso di droghe. Fonte: P. Flores and F. Zaldívar. 2009. Andalucía Innova. Recreational drug use is related to impulsive behavior, Spanish research reveals.
Al cervello fa bene parlare più linguePer lungo tempo in ambiente scientifico ci sono state discussioni sulla questione: conoscere e usare più lingue può avere effetti benefici sul cervello e sul pensiero? Diversi sudi internazionali indicano che la conoscenza di più di una lingua dà all'individuo un vantaggio considerevole. Un rapporto del team di ricerca della Commissione Europea, The Contribution of Multilingualism to Creativity (Il contributo del multilinguismo alla creatività, n.d.t.) presenta la prima macroanalisi delle prove disponibili sull'argomento. D. Marsh, specialista alla Continuing Professional Development Centre of Jyväskylä University e che ha coordinato la squadra di ricerca internazionale dello studio, afferma che le neuroscienze offrono un numero crescente di prove sul fatto che la conoscenza di più lingue è benefica alle funzioni cerebrali dell'individuo. Sei sono le aree dove il multilinguismo, e quindi la padronanza di complessi processi di pensiero darebbe vantaggi: apprendimento generale, pensiero complesso e creatività, flessibilità mentale, abilità di comunicazione interpersonale, e persino un possibile ritardo nell'insorgenza di malattie mentali legate all'età. Una delle funzioni studiate riguarda la memoria a breve termine, che le persone usano quando pensano, imparano e prendono decisioni. "È evidente che una memoria maggiore e più efficiente può avere un profondo impatto sulle funzioni cognitive", dice Marsh. Questa potrebbe essere una ragione del perché il poliglotta esibisce performance superiori nei compiti di problem solving rispetto a chi parla una sola lingua. Una volta si pensava che questo tipo di benefici fosse evidente solo nelle persone bilingui o trilingui. Questa ricerca, tuttavia, suggerisce che cambiamenti nell'attività cerebrale sono rilevabili anche nelle prime fasi di apprendimento di una nuova lingua. Da qui si sottolinea l'importanza di una corretta educazione allo studio delle lingue nelle scuole e negli studi superiori. Fonte: D. Marsh et al. 2009. Academy of Finland. Brains benefit from multilingualism.
L'umore migliora mangiando meno grassi, non meno carboidratiUna dieta di un anno con poche calorie e pochi grassi sembra più benefica per l'umore rispetto a una con pochi carboidrati e lo stesso numero di calorie, secondo uno studio apparso sulla rivista Archives of Internal Medicine. Le persone obese che perdono peso tendono ad avere uno stato psicologico migliore e un tono dell'umore più elevato, ma il tipo di dieta può contribuire a quest'effetto o annullarlo, secondo l'articolo. "Malgrado le raccomandazioni ufficiali di diete ipocaloriche con pochi grassi e carboidrati per il trattamento dell'obesità, l'esplosione dell'epidemia di questa malattia ha condotto allo studio di regimi calorici alternativi per la riduzione del peso, come ad esempio le diete "ketogeniche" a bassissimo contenuto di carboidrati, che tipicamente raccomandano alte dosi di proteine e grassi - in particolar modo grassi saturi", scrive l'autore. "Mentre studi recenti hanno mostrato che le diete con pochi carboidrati possono essere un'alternativa per la perdita di peso, il loro effetto a lungo termine sull'umore e sulle condizioni psicologiche era stato sinora poco studiato." Il Dr. G.D.Brinkworth del Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation-Food and Nutritional Sciences in Adelaide (Australia) e collaboratori hanno condotto uno studio clinico che coinvolgeva 106 partecipanti obesi, dell'età media di 50 anni. Di questi, 55 sono stati assegnati a caso a una dieta con pochissimi carboidrati e molti grassi, e 51 a un'altra dieta con molti carboidrati e pochi grassi. I cambiamenti di peso, umore, benessere e funzioni cognitive (pensiero, apprendimento a abilità di memoria) sono stati valutati periodicamente durante lo studio e anche dopo. Dopo un anno, la perdita media di peso dei soggetti è stata di 13,7 kg, senza differenze significative fra i due gruppi. Entrambi i gruppi hanno riportato un miglioramento del tono dell'umore dopo le prime 8 settimane di dieta. Ma i miglioramenti di umore durevoli sono stati registrati solo dal gruppo che seguiva la dieta con pochi grassi, mentre l'umore quelli del gruppo con molti grassi è ritornato al loro livello iniziale. "Ciò suggerisce che alcuni aspetti delle diete con pochi carboidrati possano avere effetti dannosi sull'umore che, in un anno, hanno annullato quelli positivi dati dalla perdita di peso", scrivono gli autori. Una delle spiegazioni possibili è che il basso consumo di carboidrati interferisca con le abitudini sociali e culturali, dato che nei paesi occidentali si consuma molto pane e pasta. Altre spiegazioni potrebbero risiedere nell'effetto che carboidrati e grassi hanno sul metabolismo della serotonina, un neurotrasmettitore legato all'umore e alla depressione. Nessuna prova è emersa riguardo a modifiche sulle funzioni cognitive causata delle due diete sperimentate. Fonte: Brinkworth et al. Long-term Effects of a Very Low-Carbohydrate Diet and a Low-Fat Diet on Mood and Cognitive Function. Archives of Internal Medicine, 2009.
Esami: più concorrenti, meno concorrenzaPiù è alto il numero dei partecipanti a un esame, più bassa è la media dei voti. Questo è il risultato di una serie di nuovi studi effettuati da scienziati alla University of Haifa e alla University of Michigan. "È un fatto assodato che vi siano fattori soggettivi che influenzano la nostra motivazione a competere. I nostri studi rivelano che anche fattori oggettivi come la dimensione del gruppo dei concorrenti hanno effetto su tale motivazione", dice il Dr. A. Tor della University of Haifa's Faculty of Law. La serie di studi messa a punto da Tor e S. Garcia, della University of Michigan, era volta a stabilire se un ampio numero di partecipanti avrebbe influenzato la motivazione e la performance dell'individuo, anche in quei casi dove tale numero non avrebbe dovuto influenzare l'importanza soggettiva del superare l'esame. Gli studi sono stati condotti in vari stati degli USA, utilizzando test attitudinali come il SAT per l'ammissione degli studenti ai corsi universitari, tenendo conto di variabili quali le differenze socioeconomiche e demografiche fra stato e stato. Sono anche stati impiegati test psicologici come il Cognitive Reflection Test e test di rapida esecuzione escogitati dagli sperimentatori, e i risultati sono stati sempre gli stessi: nei gruppi più grandi i risultati medi erano peggiori che nei gruppi piccoli. Anzi, in alcuni esperimenti si è fatto credere ai partecipanti di stare competendo con gruppi di varie dimensioni, i cui membri avrebbero però svolto il compito in stanze diverse. Anche in questo caso i risultati sono stati confermati, e quando il partecipante credeva che il gruppo concorrente fosse molto piccolo, non solo otteneva punteggi più alti ma completava il compito più velocemente. Fonte: A. Tor, S. Garcia. 2009. University of Haifa. Exams: More competitors, less competition.
Scienziati decifrano il meccanismo di formazione della memoria a lungo termineRicercatori al Karolinska Institutet hanno scoperto un meccanismo che controlla la capacità del cervello di creare memorie durevoli. In esperimenti con cavie geneticamente modificate è stato possibile accendere e spegnere a volontà la capacità dell'animale di formare tracce di memoria, aggiungendo delle sostanze nella loro acqua da bere. I risultati sono potenzialmente importanti per il trattamento di malattie come l'Alzheimer e l'ictus. "Siamo continuamente inondati di impressioni sensoriali", dice il Prof. L. Olson, capo dello studio, "ma in breve il cervello deve decidere cosa dev'essere immagazzinato e cosa no. Si tratta del meccanismo secondo il quale le fibre nervose vengono alterate, che siamo stati in grado di descrivere." La capacità di convertire nuove impressioni sensoriali in tracce di memoria è alla base di qualunque tipo di apprendimento. Ma mentre molto si sa dei primi stadi di questo processo, che portano a memorie della durata di qualche ora attraverso i segnali biochimici che alterano le connessioni fra neuroni (sinapsi), molto meno noto è il meccanismo che fa sì che questi cambiamenti diventino durevoli e si trasformino in memorie a lungo termine nella corteccia cerebrale. La presente ricerca ha scoperto che un recettore molecolare chiamato nogo receptor 1 (NgR1) sulla membrana cellulare gioca un ruolo chiave in questo processo. Quando le cellule nervose sono attivate, il gene che controlla NgR1 viene disattivato. Il gruppo di ricerca del Prof. Olson ipotizzava che questa disattivazione potesse essere importante nella creazione di memorie a lungo termine. Per verificare quest'ipotesi, hanno creato una cavia con un gene NgR1 addizionale, che potesse restare attivo mentre la sua copia normale veniva disattivato. "In questo modo abbiamo visto che la capacità di ritenere in memoria le informazioni per le prime 24 ore rimaneva normale nella cavia geneticamente modificata", dice il Prof. Olson, "ma che invece aveva serie difficoltà a convertire la memoria a breve termine in memoria a lungo termine, quella che dura per mesi." Per attivare e disattivare il gene addizionale, i ricercatori hanno aggiunto un innocuo additivo alla loro acqua da bere. Quando il gene extra veniva disattivato, la cavia manteneva la normale capacità di formare ricordi a lungo termine. Quando invece il gene veniva attivato, la capacità svaniva. "Sappiamo che colpi alla testa possono provocare nelle persone la perdita del ricordo dei fatti avvenuti una settimana prima dell'incidente, che chiamiamo amnesia retrograda, anche se possiamo ricordare ciò che è successo prima di una settimana. Questo fatto pensiamo che sia allineato con i risultati dei nostri esperimenti", dice A. Karlén, membro del gruppo di ricerca. Gli scienziati sperano che i risultati possano essere utilizzati nello sviluppo di nuovi medicamenti per i deficit di memoria, come quelli legati all'Alzheimer e all'ictus. Farmaci che utilizzino il funzionamento del sistema recettore NgR1 potrebbero migliorare la capacità del cervello di formare memorie a lungo termine. Fonte: A. Karlén, T. E. Karlsson, A. Mattsson, K. Lundströmer, S. Codeluppi, T. M. Pham, C. M. Bäckman, S. O. Ögren, E. Åberg, A. F. Hoffman, M. A. Sherling, C. R. Lupica, B. J. Hoffer, C. Spenger, A. Josephson, S. Brené, & L. Olson. Nogo receptor 1 regulates formation of lasting memories. PNAS (online edition) 2009.
Uso di amfetamine in adolescenza può danneggiare memoria di lavoro in età adultaCavie da laboratorio esposte ad alte dosi di amfetamina a un età corrispondente alla tarda adolescenza nell'uomo, mostrano deficit di memoria significativi molto tempo dopo l'esposizione. Il declino della memoria a breve termine e della memoria di lavoro risulta più pronunciato quando la cavia è esposta durante l'adolescenza piuttosto che in età adulta, secondo i ricercatori. "Gli animali che assumono amfetamina in adolescenza mostrano prestazioni più scadenti in compiti che richiedono l'uso della memoria di lavoro, rispetto agli animali che prendono le stesse dosi di amfetamina da adulti", dice il professor J. Gulley, psicologo che ha condotto lo studio insieme a J. Stanis. La preoccupazione è rivolta ai ragazzi che abusano di amfetamine, dice Gulley, che possono assumerne dosi anche molto alte senza nemmeno rendersene conto. "L'adolescenza è il periodo nel quale il cervello continua a svilupparsi sino alla sua forma matura, e l'esposizione alle sostanze in questo periodo così critico può avere conseguenze negative e permanenti. I nostri risultati rivelano che gli adolescenti sono particolarmente sensibili agli effetti sulle funzioni cognitive delle amfetamine (contenute ad esempio nelle droghe sintetiche come l'ecstasy, n.d.t.) e che questi effetti possono persistere una volta che l'uso è cessato." Fonte: J. Gulley and J. Stanis. 2009. University of Illinois at Urbana-Champaign. Amphetamine Use In Adolescence May Impair Adult Working Memory.
Utenti di internet principianti sviluppano fortemente funzioni cerebrali dopo una sola settimanaScienziati della UCLA hanno trovato che adulti di mezza età o più anziani, con poca o nessuna esperienza nell'uso di internet, sono riusciti a sviluppare in maniera notevole funzioni cerebrali come quelle di controllo delle decisioni e del ragionamento complesso, dopo una sola settimana di navigazione nel web. I risultati sono stati pubblicati al convegno di ottobre della Society for Neuroscience, e suggeriscono che imparare a usare internet può stimolare importanti schemi di attivazione cerebrale e la cognizione, nell'adulto e nell'anziano. Via via che il cervello invecchia, avvengono alcuni cambiamenti funzionali e strutturali come atrofia, riduzione nell'attività delle cellule e aumento dei depositi di placche amiloidi, che possono interferire con le funzioni cognitive. I ricercatori hanno mostrato che la stimolazione cerebrale come quella che avviene negli utenti assidui di internet può influenzare l'efficienza dell'elaborazione cognitiva e modificare il modo nel quale il cervello codifica le nuova informazioni. "Abbiamo trovato che le persone anziane con minima esperienza, effettuando ricerche in internet anche per un periodo relativamente breve, possono modificare il funzionamento del loro cervello e aumentarne la funzionalità", dice G. Small, leader dello studio e professore di psichiatria alla UCLA. G. Small et al. 2009. University of California - Los Angeles. First-time Internet Users Find Boost In Brain Function After Just One Week.
Genitori fuori controllo? Studio suggerisce legame fra memoria di lavoro ed educazione reattivaTutti ci siamo trovati qualche volta in situazioni nelle quali eravamo così frustrati o arrabbiati da perdere il controllo e scattare con qualcuno senza riflettere. Questo scattare, una reazione negativa, accade quando non riusciamo a controllare le nostre emozioni. Fortunatamente di solito siamo abbastanza bravi a regolarci ed autocontrollarci nei comportamenti. La memoria di lavoro è cruciale per il controllo delle emozioni. Essa ci permette di considerare le informazioni che abbiamo a disposizione e a ragionare velocemente quando dobbiamo decidere se fare qualcosa oppure, viceversa, a reagire automaticamente senza pensare. Per i genitori è particolarmente importante mantenere il sangue freddo di fronte ai bambini, quando questi non si comportano bene. Queste situazioni possono costituire una vera e propria sfida e a volte i genitori non riescono a fare a meno di reagire in maniera negativa quando si supera il limite. Tuttavia questo tipo di reazioni negative, quando diventano croniche e ripetitive, sono una delle principali cause che portano ad abusi, ed inoltre rinforzano nel bambino il comportamento indesiderato. E per evitare tutto ciò, i genitori devono riuscire a regolare i loro stessi pensieri ed emozioni. In uno studio gli psicologi K. Deater-Deckard e M.D. Sewell della Virginia Polytechnic Institute and State University, S.A. Petrill della Ohio State University e L.A. Thompson della Case Western Reserve University hanno indagato se esista qualche relazione fra memoria di lavoro e reazioni genitoriali negative. I soggetti di quest'esperimento erano madri di gemelli dello stesso sesso. I ricercatori hanno visitato la casa dei partecipanti e videoregistrato ogni madre mentre interagiva separatamente con ciascun gemello, mentre questi partecipavano a due compiti frustranti predisposti dagli sperimentatori. Dopodiché le madri completavano una batteria di test che misuravano varie abilità di tipo cognitivo, inclusa la memoria di lavoro. I risultati, riportati nella rivista Psychological Science, della Association for Psychological Science, rivelano che le madri che reagivano in modo peggiore ai comportamenti frustranti dei figli erano quelle che possedevano le più scarse abilità di memoria di lavoro. I ricercatori ipotizzano quindi che le madri con una memoria di lavoro peggiore reagiscono in malo modo perché sono meno capaci di controllare cognitivamente le loro emozioni e comportamenti durante le interazioni con i figli. Essi concludono sostenendo che ogni intervento volto a migliorare le capacità genitoriali potrebbe essere più efficace se includesse delle strategie che migliorassero la memoria di lavoro dei genitori. Fonte: K. Deater-Deckard, M.D. Sewell, S.A. Petrill and L.A. Thompson. 2009. Association for Psychological Science. Parents gone wild? Study suggests link between working memory and reactive parenting.
I giovani che fanno esercizio fisico hanno un QI più altoI giovani in forma hanno un quoziente d'intelligenza (QI) più alto e hanno più probabilità di iscriversi all'università, secondo un ampio studio condotto alla Sahlgrenska Academy e al Sahlgrenska University Hospital. I risultati sono stati pubblicati di recente nei Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS). Lo studio ha coinvolto 1.2 milioni di maschi svedesi mentre svolgevano il servizio militare, nati fra il 1950 e il 1976. Il gruppo di ricerca ha analizzato i risultati sia del QI sia di test fisici quando i soggetti sono stati arruolati. Lo studio mostra una chiara relazione fra buona forma fisica e migliori risultati ai test di efficienza intellettiva. La relazione più forte si ha con i test di pensiero logico e comprensione verbale. Ma solo la buona forma è correlata con il QI, non la forza fisica. "Essere in forma significa avere una buona capacità cardiaca e polmonare e quindi che il cervello viene abbondantemente ossigenato", dice M. Nillson, professore alla Sahlgrenska Academy e dirigente medico al Sahlgrenska University Hospital. "Questa potrebbe essere la ragione del perché assistiamo a un chiaro legame con la forma ma non con la forza muscolare. Stiamo osservando che anche altri fattori di crescita sono importanti". Analizzando dati di gemelli, i ricercatori sono riusciti a determinare che il legame fra forma fisica e QI più alti è dato primariamente da fattori ambientali e non genetici. "Abbiamo anche visto che i giovani che migliorano la forma fisica fra 15 e 18 anni migliorano la loro performance cognitiva", dice M. Åberg, ricercatrice alla Sahlgrenska Academy e medico allo Åby Health Centre. "Per questo motivo, l'educazione fisica dev'essere considerata un argomento di primaria importanza nelle scuole, ed è una necessità assoluta se vogliamo ottenere buoni risultati in matematica e altre materie teoriche". I ricercatori hanno poi confrontato i risultati dei test di forma fisica con le condizioni socio-economiche future dei soggetti. Quelli che erano in forma a 18 anni hanno avuto più probabilità di ottenere titoli di studio più elevati e impieghi più qualificati. Fonte: M. Nillson and M. Åberg. 2009. University of Gothenburg. Young adults who exercise get higher IQ Scores.
I motori di ricerca sono una fonte d'apprendimentoL'uso dei motori di ricerca non fa solo parte della nostra routine giornaliera, sta anche diventando parte del modo in cui apprendiamo, secondo alcuni ricercatori. Gli studiosi hanno tentato di scoprire i meccanismi cognitivi sottostanti al processo ricerca effettuato dagli utenti attraverso i motori. Hanno esaminato le abitudini di 76 partecipanti, durante l'esecuzione di un totale di 426 compiti di ricerca, scoprendo che i motori sono usati soprattutto per la verifica della conoscenza dell'utente, ovvero costituiscono una vera e propria parte del processo di acquisizione della conoscenza, piuttosto che una semplice ricerca d'informazioni. Hanno anche scoperto che lo stile di apprendimento della persona può influenzare il modo in cui questa usa il motore di ricerca. "I nostri risultati suggeriscono che chi naviga lo web non cerca semplicemente informazioni", dice J. Jansen, professore associato di scienze dell'informazione e tecnologia. "Invece, abbiamo scoperto che gli utenti utilizzano delle semplici espressioni di ricerca per supportare i loro bisogni d'informazione, e quindi d'apprendimento." Fonte: J. Jansen and B. Smith. 2009. Penn State. Search engines are source of learning.
Le persone orientate al futuro prendono decisioni migliori sulla propria saluteQuando scocca la mezzanotte dell'ultimo dell'anno e decidiamo se prendere o meno un'altro calice di spumante, la nostra decisione potrebbe essere influenzata dalla prospettiva che abbiamo verso il futuro. Un paio di ricercatori della Kansas State University hanno scoperto che le persone con tendenza a pensare a lungo termine prendono più facilmente decisioni positive riguardo alla propria salute, sia che si tratti del bere, del mangiare o di usare degli occhiali da sole. "Se siete più disposti ad aspettare di avere una gallina domani piuttosto che l'uovo oggi, significa che la vostra mente è più orientata al futuro che al presente", dice J. Daugherty, dottorando in psicologia e autore dello studio. "Quindi avrete più probabilità di praticare esercizio fisico e meno di fumare o bere." I ricercatori hanno posto ai soggetti domande come: "Preferiresti avere 35 dollari oggi, oppure 45 dollari fra un mese?", oppure chiesto loro di valutare affermazioni come: "Sono disposto a sacrificare la mia soddisfazione o felicità immediata in vista di risultati futuri più importanti." I soggetti sono poi stati sottoposti a un secondo questionario che indagava sulle loro abitudini alimentari, sull'attività fisica, sull'uso di fumo e alcol e sulle precauzioni prese rispetto alle minacce alla loro salute, come colesterolo e AIDS. È emerso che le persone che hanno dato più risposte orientate al futuro nel primo questionario hanno dato anche più risposte che rivelavano comportamenti salutari nel secondo questionario. "C'è un sacco di potenziale per aiutare le persone a prendere decisioni migliori riguardo alla propria salute", dice Brase, professore associato di psicologia e co-autore dello studio. "Le persone molto orientate al presente riescono ad attuare meglio un cambiamento se riescono a scorgerne subito il vantaggio. Quindi se qualcuno si rivolge a uno specialista per una dieta, questi potrebbe misurare la sua prospettiva del senso del tempo e adattare così il programma di perdita di peso in modo più calzante alle caratteristiche del paziente." Analogamente alle pubblicità degli attrezzi ginnici, dove si afferma che esercitandosi per 20 minuti al giorno varie volte la settimana si vedranno presto dei risultati, con queste persone è necessario promuovere l'idea che facendo piccole cose si possono ottenere già dei vantaggi immediati. Fonte: J. Daugherty and G. Brase. 2009. Kansas State University. Psychologists show that future-minded people make better decisions for their health.
Il calcio combatte la depressionePur costituendo un gruppo significativamente a rischio, i giovani maschi sono quelli che meno cercano aiuto professionale quando sono sotto stress o hanno idee suicide. Il programma pilota Back of the Net (Dietro alla rete) negli USA fa uso del calcio e di sedute psicoterapeutiche per contrastare con successo i sintomi depressivi nei giovani. Quest'alternativa potrebbe costituire un percorso a basso costo rispetto alle tradizionali cure psicologiche/psichiatriche. I risultati sono stati riportati da S. McArdle, della Dublin City University, alla Annual Conference of the British Psychological Society's Division of Clinical Psychology. Il Dr. McArdle e colleghi hanno studiato 104 maschi sedentari fra i 18 e i 40 anni di età. I soggetti sono stati assegnati a 3 gruppi: nel primo venivano loro assegnati degli esercizi fisici individuali, nel secondo i soggetti si riunivano in squadre e giocavano a calcio e si sottoponevano a delle sedute di psicoterapia, mentre nel terzo gruppo - di controllo - non si faceva nessun esercizio. Nel secondo gruppo - quello del calcio - si faceva uso di metafore calcistiche per far riferimento alle situazioni problematiche della vita. I partecipanti ai 3 gruppi sono stati valutati alla fine del programma e 8 settimane dopo. I risultati sono stati che in entrambi i gruppi 1 e 2 si sono avute delle riduzioni significative dei sintomi depressivi. Ma il vantaggio dell'uso del gioco del calcio consiste nel fatto che esso è molto popolare in molti paesi e presenta meno barriere di accesso rispetto ad altri tipi di sport. Inoltre, molti giovani trovano più allettante giocare a calcio piuttosto che svolgere esercizi individuali. Fonte: S. McArdle et al. 2009. British Psychological Society (BPS). Football (soccer) fights depression.
|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
| ultima revisione 06/09/10 |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
dr. giuseppe santonocito - psicologo info@incom.fi.it cell. 329 4073565 tel. 055 8734699 firenze, signa |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||