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I consumatori non comprano se hanno troppe scelte

Giuseppe Santonocito - 06/10/09 - 19:35 - pubblicato in: media

Di solito si dice che più è varia la scelta, tanto meglio, e che le persone tendono ad andare nei negozi o centri commerciali che danno loro più alternative. Però uno studio recente rivela che quando il consumatore non riesce a determinare facilmente quale delle opzioni è preferibile, se ne torna a casa a mani vuote.

Quando le alternative sono molto simili o difficili da confrontare, e non si ha abbastanza tempo per informarsi sui pro e i contro, è più probabile che la gente lasci il negozio senza comprare.

Fonte:
Jessup et al. 2009. Leaving the store empty-handed: Testing explanations for the too-much-choice effect using decision field theory. Psychology and Marketing.


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Video giochi e cellulare? Fanno crescere meglio

Giuseppe Santonocito - 06/10/09 - 10:44 - pubblicato in: sviluppo

L'uso di cellulari e video game potrebbe non essere così dannoso come si pensa. Non solo l'uso precoce del cellulare non sembra influire negativamente sul futuro rendimento scolastico del ragazzo, ma i video game aiutano a sviluppare le cosiddette abilità visuo-spaziali, con effetti benefici sui riflessi, sulla coordinazione e sullo studio di materie come scienza, tecnologia e matematica.

Il fenomeno è stato studiato su 20 scuole medie americane, sono stati registrati la frequenza e il modo d'uso di questi dispositivi da parte dei ragazzi e poi somministrati loro dei test standardizzati per abilità visuo-spaziali, matematica e lettura.

Come ci si aspettava, le femmine usano il cellulare più frequentemente dei maschi, mentre i maschi usano i video game più delle femmine. I ricercatori osservano che è improbabile che questa tendenza diminuisca, perciò le case produttrici di video game dovrebbero focalizzarsi di più sugli aspetti utili del gioco - come le suddette abilità visuo-spaziali - e meno su quelli violenti. Inoltre, dovrebbero produrre più giochi graditi alle ragazze e che aiutino anche loro a sviluppare queste abilità, utilissime in professioni come quella di chirurgo, ad esempio.

Fonte:
L. Jackson, H. Fitzgerald, A. von Eye, Y. Zhao, E. Witt. 2009. Michigan State University. Video Games, Cell Phones And Academic Performance: Some Good News.


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Convivenza prematrimoniale? Si litiga di più

Giuseppe Santonocito - 05/10/09 - 19:39 - pubblicato in: relazioni

Alcuni ricercatori dell'Università di Denver (USA) hanno rilevato che le coppie che vanno a convivere prima del matrimonio hanno più probabilità di divorziare rispetto a quelle che aspettano fino al matrimonio - o almeno fino a un impegno formale - per andare a convivere.

Il dato è abbastanza controintuitivo, perché si potrebbe pensare che una convivenza aiuti ad "abituarsi" l'uno all'altro. Eppure, i ricercatori suggeriscono che le coppie che vanno a stare insieme senza un chiaro accordo preliminare possono arrivare a sposarsi quasi per conseguenza: dato che abitiamo insieme, ora ci possiamo anche sposare.

Ma in questo modo manca un progetto di coppia ben definito, e il matrimonio rischia di basarsi su fondamenta troppo fragili. Sembrerebbe perciò saggio discutere attivamente del reciproco impegno e di ciò che vivere insieme comporta prima della coabitazione, secondo questi ricercatori, anche perché lasciarsi da conviventi è più difficile rispetto a quando si è semplicemente fidanzati.

Lo studio analizza anche le ragioni che portano le coppie ad andare a convivere. La prima ragione è per passare più tempo insieme. Subito dopo, la convenienza economica derivante dal poter dividere le spese. Terza ragione: mettere alla prova la relazione.

Ma è proprio qui che sta il problema: andare a vivere insieme per mettere alla prova la relazione si associa a maggiori problemi nella relazione stessa. Probabilmente, se una persona sente il bisogno di mettere alla prova la relazione, significa che dentro di sé sospetta già come potrebbe andare a finire.

Fonte:
G. Rhoades, S. Stanley, H. Markman. 2009. University of Denver. Couples Who Cohabit Before Engagement Are More Likely To Struggle.


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I doveri familiari riducono il rischio depressione

Giuseppe Santonocito - 05/10/09 - 15:19 - pubblicato in: cultura

Uno studio recente su 218 giovani cinesi americani ha trovato che i doveri familiari, come prendersi cura dei fratelli o degli anziani, svolge un ruolo positivo nella salute mentale di questi ragazzi, e può prevenire i sintomi depressivi in adolescenza.

I giovani quattordicenni che hanno espresso un maggior senso di attaccamento alla famiglia hanno riportato minori sintomi di depressione una volta giunti a 16 anni. Lo studio suggerisce che i doveri familiari potrebbero proteggere contro il rischio di sintomi depressivi, perché un maggior senso del dovere nei confronti dei familiari potrebbe fornire ai ragazzi un legame forte, che li fa sentire più sicuri man mano che s'inoltrano verso l'età adulta e diventano più autonomi.

Tuttavia, è difficile dire se siano i doveri familiari a favorire l'assenza di sintomi, oppure se un ragazzo naturalmente predisposto all'attaccamento verso la famiglia sia anche più immune a sintomi depressivi. In altri termini i ricercatori hanno trovato una correlazione, ma non si può essere ancora certi di un legame causale fra i due fenomeni.

Fonte:
Linda P. Juang and Jeffrey T. Cookston. 2009. A Longitudinal Study of Family Obligation and Depressive Symptoms Among Chinese American Adolescents. Journal of Family Psychology.


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Tuo figlio si spinge fino ai limiti? Può essere un segno di responsabilità

Giuseppe Santonocito - 02/10/09 - 08:47 - pubblicato in: sviluppo

I bambini i cui genitori adottano uno stile d'educazione che permette loro di spingersi fino ai limiti delle regole, e di trarne delle conclusioni, hanno più probabilità di assumere posizioni di leadership e di responsabilità una volta adulti, secondo un recente studio.

Lo studio è stato condotto su coppie di gemelli e ha concluso che uno stile d'educazione "autoritario", dove i genitori stabiliscono limiti e aspettative chiare, pur restando disponibili a fornire aiuto, rendono più probabile che il bambino assuma ruoli di leadership da adulto, nel mondo del lavoro. Mentre è più difficile che bambini allevati in questo modo infrangano gravemente le regole, i bambini che invece le infrangono hanno meno probabilità di assumere posizioni di responsabilità, in futuro.

Uno stile d'educazione adeguato può quindi preparare i ragazzi a futuri ruoli di leadership se permette loro di spingersi fino ai limiti delle regole stabilite dai genitori, perché questo dà loro modo di capirne la ragione d'esistenza e d'imparare come fare a ottenere i propri scopi senza infrangerle.

Fonte:
Avolio et al. 2009. Early life experiences as determinants of leadership role occupancy: The importance of parental influence and rule breaking behavior. The Leadership Quarterly.


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La depressione allunga la vita?

Giuseppe Santonocito - 29/09/09 - 11:58 - pubblicato in: lavoro

La cosiddetta Grande Depressione del 1929, negli Stati Uniti, precedette un aumento della durata media della vita di 6,2 anni, passando da 57,1 anni nel 1929 a ben 63,3 nel 1932. L'aumento ha interessato donne e uomini, bianchi e neri.

"Il dato è forte e controintuitivo" - dice l'autore della ricerca, Tapia Granados - "perché molte persone danno per scontato che lunghi periodi di disoccupazione siano dannosi per la salute".

Secondo l'autore, una delle ipotesi che potrebbero spiegare il fenomeno è che durante i periodi di intensa occupazione i lavoratori sono sottoposti a forte stress lavorativo, che si associa a un maggior consumo di alcol e fumo. Inoltre, l'assunzione di molti giovani lavoratori inesperti rende più probabile incidenti sul lavoro anche mortali.

Fonte:
José A. Tapia Granadosa, Ana V. Diez Roux, 2009. Life and death during the Great Depression. Proceedings of the National Academy of Sciences.


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La paranoia

Giuseppe Santonocito - 17/09/09 - 16:35 - pubblicato in: psicoterapia

È disponibile il nuovo articolo monografico: La paranoia.

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Ma non ce la posso fare da solo? Devo per forza rivolgermi allo psicologo?

Giuseppe Santonocito - 04/09/09 - 18:09 - pubblicato in: psicoterapia

Molti utenti, su Medicitalia, ci fanno questa domanda. Proviamo a rispondere con un po' d'ironia, cercando però di restare aderenti ai fatti.

Certamente. È proprio per questo che i libri fai-da-te sulla cosiddetta "biblioterapia" sono così popolari. Ricaviamo buone idee, informazioni e soprattutto speranza da tutte quelle testimonianze che riportano. E poi gli autori sapranno certamente ciò di cui stanno parlando, no? Con tutti quei titoli accademici così altisonanti...

Forse no. La seconda ragione per la quale i libri sul fai-da-te sono così popolari: perché cambiare da soli è maledettamente difficile! Le persone non ci riescono e così comprano un altro libro, e poi un altro, e un altro ancora...

Probabilmente no. Quando si tenta di cambiare da soli è difficile che qualcuno stia dalla nostra parte, eccetto le nostre stesse convinzioni, i nostri stessi pensieri, le nostre sensazioni e la nostra storia. Ci siamo solo noi, a tentare di darci una nuova prospettiva e un nuovo punto di vista. Non c'è nessuno quando sbagliamo, nessuno che c'incoraggi, nessuno che ci dica: ripeti questa cosa finché non è diventata un'abitudine. Ci siamo solo noi, quando magari avremmo voglia di andarcene al cinema.

Mah... Riguardo ai cambiamenti che uno si propone di fare, le persone che gli sono vicine spesso non vogliono affatto che cambi. I terapeuti devono fare ogni giorno i conti con questo fatto: parenti e amici fanno pressione al paziente perché resti lo stesso. Un piccolo esempio: una coppia sposata, entrambi fumatori. Lei vuole smettere. Lui sembra calmo, ma dentro si rende conto di cosa succederà se lei ci riesce: chiederà anche a lui di smettere. E quindi è possibile che il marito tenti, consapevolmente o meno, di boicottare la terapia della moglie. Altro esempio: la madre premurosa che si prende amorevolmente cura del del figlio disturbato e che, inconsapevolmente, inizia a mettere in atto comportamenti che fanno peggiorare di nuovo la situazione quando il ragazzo inizia a stare meglio in seguito alla terapia. Oppure, quando il figlio inizia a stare meglio, la madre inizia a stare male.

Siamo realisti. Molte abilità non possono essere imparate sui libri o da soli. Imparare una lingua, guidare l'auto, andare in bicicletta, sono solo esempi di cose che s'imparano meglio con l'aiuto di un altro, che da soli. Quindi guardiamoci in faccia e diciamocela tutta: i cambiamenti terapeutici sono più difficili da ottenere di quello che sembra. Servirsi di un allenatore o un insegnante (terapeuta) può farci risparmiare molto tempo e fatica.

(tratto da: www.boyceco.com)

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Qual è la migliore delle psicoterapie?

Giuseppe Santonocito - 29/08/09 - 15:14 - pubblicato in: psicoterapia

È quella fornita dal miglior psicoterapeuta.

Per quanto lapidaria o banale possa sembrare l'affermazione, le cose stanno proprio così. Il cosiddetto orientamento psicoterapeutico, ossia se il terapeuta si serve della psicoanalisi, della terapia cognitivo-comportamentale, di quella familiare-relazionale o di qualunque altro approccio o tecnica, conta meno della capacità e competenza del singolo terapeuta.

Questo principio vale in qualunque settore dell'attività professionale. Il miglior professionista è sempre quello che lavora e studia costantemente per migliorare se stesso e per offrire il meglio che può ai suoi clienti (o pazienti, nel caso del terapeuta).

Professionisti non si nasce, si diventa.

(2 commenti)

La forza dei legami deboli

Giuseppe Santonocito - 27/08/09 - 11:52 - pubblicato in: relazioni

Dobbiamo a Granovetter la scoperta di un'idea paradossale - ma reale: la forza dei legami deboli.

Ogni persona instaura relazioni con altri esseri umani, che per semplicità possiamo dividere in due categorie: legami forti e legami deboli. Ai primi appartengono i legami familiari, parentali e di stretta amicizia, mentre al secondo tipo appartengono le persone che frequentiamo di meno o con cui abbiamo meno confidenza, come le conoscenze e i colleghi di lavoro.

Ebbene, indagini hanno mostrato che mentre i legami forti rispondono ad esigenze di tipo affettivo ed emotivo, è nei legami deboli che le persone hanno maggior probabilità di trovare soddisfazione a esigenze più pratiche, come ad esempio trovare un impiego o reperire un professionista.

Ciò è dovuto al fatto che le persone legate a noi da legami forti condividono il nostro stesso spazio fisico e mentale ed è quindi meno probabile che possano offrirci spunti nuovi e originali. Viceversa, le persone che frequentiamo o conosciamo più alla lontana hanno maggiori probabilità di trovarsi su un universo diverso dal nostro, e quindi più nuovo.

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Omosessualità e convinzioni

Giuseppe Santonocito - 04/05/09 - 10:43 - pubblicato in: sessualità

In questi giorni ho avuto su Medicitalia un interessante scambio di battute con una ragazza che si dichiara omosessuale, dal titolo: Omosessualità (femminile) infantile?

La discussione è interessante non tanto per il contenuto - l'omosessualità - quanto perché è una dimostrazione lampante, anche per ammissione della stessa ragazza, di come a volte le persone abbiano un'idea preconcetta, e fingendo di fare domande per capire, non hanno in realtà alcuna intenzione di cambiare la propria idea, mentre vorrebbero solo vedersela confermata.

Da cui il modo di dire: "Tutte le volte che fai una domanda, devi essere pronto a ricevere la risposta".

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Rapporti di coppia, ansia, stress e distensione

Giuseppe Santonocito - 17/03/09 - 11:29 - pubblicato in: famiglia

Domenica 1 marzo ho tenuto alle famiglie del Gruppo Vicariale di S. Martino a Gangalandi, a Lastra a Signa, una giornata sul tema: "Ansia, stress e distensione". Il programma era diviso in due parti, la prima dedicata ai rapporti fra coniugi e la seconda specificamente ad ansia e stress.

L'incontro è stato caldo ed edificante, molte persone sono intervenute con domande, commenti e richieste di chiarimento sugli argomenti trattati, con i quali la maggior parte di noi è tenuta a fare i conti nella cosiddetta vita di tutti i giorni.

Una difficoltà implicita nell'organizzazione di un incontro come questo riguardava il fatto che la presentazione era basata su un approccio pragmatico e orientato scientificamente, terra-terra potremmo dire, mentre la platea era un gruppo di una sessantina di persone accomunato da un intenso sentimento di fede religiosa. Sarei stato capace di parlare in modo semplice, ma al tempo stesso vicino alla posizione dei partecipanti? Sarebbero stati loro disposti ad ascoltare una campana diversa, basata su principi e valori non necessariamente dettati dalla fede? E quindi, in definitiva, sarebbero stati gli argomenti in grado di incontrare l'apprezzamento e il gradimento dei presenti?

Queste erano domande che i solerti organizzatori dell'incontro, gli amici Gabriele Giannoni e Gastone Bellini, coadiuvati dalle rispettive mogli Anna ed Emirena, non mi avevano posto direttamente ma che, da psicologo, posso dire con una certa sicurezza di aver letto sui loro volti durante i preparativi, e nelle loro voci per telefono.

Alla luce dell'interesse e del calore che il pubblico mi è sembrato dimostrare, credo di poter dire che la risposta a tutte le domande sia stata un "sì". Questo è un piccolo motivo di orgoglio per me, perché dimostra in modo semplice che il punto di vista scientifico e quello religioso non sono affatto incompatibili, purché vi sia l'intenzione d'incontrarsi, di ascoltare e soprattutto di riconoscere a ciascun ambito la propria pertinenza e il proprio campo d'azione.

Mi auguro quindi che sia possibile organizzare altre giornate come questa in futuro, per approfondire altre aree tematiche d'interesse per le famiglie del gruppo, come ad esempio i rapporti con i figli.

Ringraziando tutti quelli che hanno partecipato e che hanno contribuito a rendere possibile l'evento, in cima a tutti Don Renzo Ventisette, che ha concesso il suo imprimatur, invio loro un caloroso saluto da parte mia.

Di seguito uno schema degli argomenti trattati. Ricordo che la prima parte è basata sui contenuti del libro "Correggimi se sbaglio", di Giorgio Nardone (vedi bibliografia).

1a parte - I rapporti fra coniugi

- Presentazione di un approccio pragmatico basato sulla comunicazione.
- La coppia come organismo.
- Esempio di dialogo distruttivo.
- Esempio di dialogo costruttivo.
- Come peggiorare: i 7+1 ingredienti alchemici maligni per peggiorare i rapporti fra coniugi.
- Le caratteristiche e la struttura del dialogo fallimentare.
- Il dialogo strategico e gli ingredienti per comunicare efficacemente.
- Domande e discussione.

2a parte - L'individuo: ansia stress e distensione

- La coppia è fatta d'individui e se l'individuo sta bene, la coppia sta meglio.
- Stress, ansia, fobie, panico, somatizzazioni.
- Ossessioni e compulsioni.
- Essere comprensivi con se stessi. Evitare di portarsi sacchi di pietre sulle spalle.
- "Devo, posso, voglio".
- Il semplice partecipare a una serata come questa è già fare qualcosa.
- Stress e distensione.
- Domande e discussione.

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Tra fede e scienza

Giuseppe Santonocito - 01/03/09 - 19:40 - pubblicato in: cultura

Quali sono le differenze fra l'uomo di fede e l'uomo di scienza? Proviamo a riflettere.

L'uomo di fede sente che una certa cosa X è vera e quindi dice: "Mettiamoci insieme e troviamo tutte le ragioni che provano che X è vera o che sorreggono questa sensazione."

L'uomo di scienza si chiede invece se una certa cosa Y è vera o falsa, quindi dice: "Mettiamoci insieme e vediamo di trovare dei casi in cui Y non è vera: se riusciamo a trovarne anche uno solo, sapremo per certo che Y è falsa. Diversamente, se tutti i casi che esaminiamo ci danno Y come vera, allora Y potrebbe essere sempre vera.

Come si vede queste figure partono da assunti differenti. L'uomo di fede parte da una sensazione, ossia sente qualcosa e per ciò stesso ne ammette l'esistenza indipendentemente da ciò che sentono o vedono gli altri.

Diversamente, l'uomo di scienza parte da una voglia di conoscenza. Vuole semplicemente sapere se una cosa è vera o falsa. Ad esempio, se un certo effetto fisico è reale o se è un artefatto dovuto a osservazioni sbagliate o metodiche sperimentali inadeguate.

In entrambi i casi si parte da un bisogno, ma mentre nel caso della fede tale bisogno è di conferma, nel caso dello scienziato si tratta di un bisogno di conoscenza.

In un certo senso si potrebbe dire che la scienza è pessimista, perché procede per falsificazioni. Da Popper in poi sappiamo che nessuna cosa può essere provata, solo smentita. Se in tutta la mia vita ho solo visto cigni bianchi, da un punto di vista logico niente mi autorizza a concludere che "tutti i cigni sono bianchi". L'affermazione è provata solo per tutti quelli che ho visto sino ad oggi. Dovesse apparire anche un solo cigno nero nel mio stagno, domani, l'affermazione diventerebbe falsa e dovrebbe essere abbandonata.

La scienza non possiede certezze, solo ipotesi e teorie più o meno robuste e durevoli, e tuttavia temporanee: ogni teoria è passibile di essere smentita e sostituita da un'altra più adatta a spiegare ciò che succede. E d'altra parte, la scienza nulla più di questo aspira ad essere.

Fra queste due posizioni ve ne è una terza a metà strada, quella dell'uomo di tecnologia.

L'uomo di tecnologia sa che una certa cosa Z non esiste, ma gli piacerebbe costruirla. Oppure, che è lo stesso, sa che un problema P esiste e vorrebbe risolverlo. Quindi dice: "Mettiamoci insieme e troviamo il modo di realizzarlo."

Il tecnologo - o tecnico - sta a metà strada perché si serve sia della fede ("riuscirò a ottenere Z o a risolvere P, anche se ancora non ci sono arrivato") che della scienza ("come e perché ci riuscirò") ed è animato quindi da entrambi i desideri di fede e conoscenza. Ed è inoltre animato da un bisogno di fare, di riuscire. Ed è per questo che la tecnologia riscuote tanto successo: riesce a risolvere una quantità di problemi, a creare cose, a dare quell'illusione di magia che tanto ci attira e tanto senso pare infondere alle nostre vite.

Sarebbe sciocco non approfittarne.

Tuttavia, la tecnologia presenta due rischi. il primo consiste nella creazione di molti bisogni fittizi e di basso valore, bisogni che prima non esistevano ma che oggi diventano quasi obbligatori perché tutti ce l'hanno - il telefonino, internet, l'oggetto di grido e via dicendo. Il secondo rischio consiste nella pericolosa illusione che sia possibile controllare tutto.

Quest'illusione si presta in modo particolare a creare ansia, perché al mondo sono più le cose che non possiamo controllare di quelle che riusciamo controllare.

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Aiuto a tutti i costi: come posso convincere mio marito/moglie/amico/fidanzato a farsi visitare?

Giuseppe Santonocito - 27/02/09 - 19:06 - pubblicato in: famiglia

Spesso ci scrivono persone preoccupate per i segni di disagio manifestati da un parente, dal fidanzato, da un amico. Vorrebbero accompagnarli a una visita psicologica o medico/psichiatrica, ma l'interessato non vuole saperne. E ci scrivono nella speranza di ottenere un consiglio su come riuscirci.

Il titolo di questo post è volutamente provocatorio. È ovvio che quando un nostro caro sta male, vorremmo fare di tutto per farlo tornare ad essere la persona che conoscevamo e alla quale abbiamo sempre voluto bene. Quindi, ci sarebbe da stupirsi semmai se questo non avvenisse.

Tuttavia non sempre è semplice convincere qualcuno a farsi visitare o a prendersi cura della propria salute. Se lo fosse, sarebbe semplice anche convincerlo, poniamo, a smettere di fumare. Ma purtroppo così non è, e nel caso dei problemi legati a cause psichiatriche o psicologiche questa difficoltà è più accentuata.

Vediamo alcuni esempi.

Se una persona è depressa, è probabile che rifiuti qualsiasi forma di aiuto, perché propria della depressione, specie in fase avanzata, è la perdita della voglia di prendersi cura di se stessi.

In molte forme d'ansia è invece la paura a interferire con le cure o addirittura con il semplice atto di uscire di casa. Nella depressione si tratta di rinuncia, mentre nell'ansia si tratta di paura.

Nella particolare forma d'ansia che va sotto il nome di ipocondria, il rifiuto di recarsi dallo psicologo è invece da ricercarsi nello scetticismo di avere un problema psicologico. La persona è convinta d'avere un problema fisico, e a poco servono le montagne di esami clinici, tutti negativi, e i pareri dei medici che continuano a indicare nell'ansia la causa del problema.

Oppure prendiamo un problema ancor più tenace e ostico, come un delirio. Il delirio è per definizione una convinzione resistente che sfida qualsiasi tentativo di convincimento contrario, ragion per cui il tentativo di farsi visitare sarà vano innanzitutto perché il delirante non ritiene affatto di averne bisogno: sono gli altri che non capiscono o si sbagliano.

Nel caso dell'anoressia, invece, la condizione è vissuta come una missione, uno stile di vita, un'irrinunciabile necessità per raggiungere il proprio ideale di perfezione. Quindi anche qui nessuna cura appare necessaria alla paziente, ma anzi controproducente, perché guarendo perderebbe il controllo sul suo peso, ottenuto a prezzo di immani rinunce, quindi su se stessa e sul suo ambiente. Per inciso questo è il motivo per cui nella cura dell'anoressia e di altre condizioni patologiche è necessaria una vera e propria ricostruzione o costruzione ex novo di pezzi di vita dell'ammalato, per fare in modo che gli riesca più naturale trovare soddisfazione in altri modi, più funzionali.

Il parente spesso si colpevolizza per non riuscire ad aiutare l'altro, ma seppur comprensibile, non è una reazione adeguata. Le persone si ammalano e non è colpa di nessuno.

Ma allora, come si può rendersi utile?

A volte l'interessato non ha ancora toccato il fondo, ossia non è arrivato a stare così male tanto da vedersi forzato a cercare aiuto. Sebbene possa sembrare una considerazione poco delicata e un po' cinica, sta di fatto che spesso le persone trovano delle maniere per compensare i loro disagi, e "reggere" ancora. Gli esseri umani hanno grande capacità di resistenza, e ciò è specialmente evidente durante le malattie.

In ogni caso la decisione più sicura è rivolgersi a un professionista per un parere, e lasciare che sia lui a parlare con l'interessato. Anche a domicilio se necessario. Abbastanza spesso si riesce a coinvolgere l'interessato in un trattamento, evitando in tal modo ai familiari di prendere decisioni inappropriate che potrebbero anche peggiorare la situazione. In ogni caso, lo specialista può sempre suggerire i comportamenti e gli atteggiamenti più adatti da tenere nei confronti del nostro caro.

(articolo disponibile anche su Medicitalia.it)

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L'information overloading: più so, meglio starò

Giuseppe Santonocito - 26/02/09 - 17:50 - pubblicato in: ansia/panico

Uno degli effetti della diffusione di internet è stata l'amplificazione delle ansie in chi ansioso era già. Ovviamente si tratta solo di uno dei possibili punti di vista, perché lo strumento in sé, come qualunque altro, non è né buono né cattivo, dipende dall'uso che se ne fa. Inoltre, anche prima dell'avvento di internet la persona molto preoccupata per la propria salute poteva sempre consultare un'enciclopedia.

Fatto sta che la ricerca ossessiva e sempre più frequente d'informazioni in rete ha creato un nuovo tipo di dipendenza, denominato information overloading, ossia sovraccarico d'informazioni.

Il meccanismo è questo: si crede d'avere un certo disturbo, vero o presunto (più spesso presunto, ma non ha importanza); s'instaura l'ansia; si cercano informazioni sul disturbo; le informazioni chiariscono una cosa ma ne sollevano molte altre; quindi, si cercano nuove informazioni per chiarire le nuove questioni. E il circolo ricomincia, moltiplicandosi geometricamente.

Se alla base emotiva di questo comportamento vi è l'ansia, da un punto di vista cognitivo c'è la convinzione che più saprò, meglio starò. Ossia, se so che cosa ho, questo mi darà più strumenti per intervenire e tenerlo sotto controllo.

In realtà tale convinzione è solo un'illusione, perché come abbiamo visto la catena è potenzialmente infinita, e di fatto sarò forzato a trovare sempre nuove informazioni per compensare il mio bisogno.

Questo comportamento non è altro che una versione della trappola più comune che l'uomo si è da sempre costruito con le proprie mani: l'illusione che sapere una cosa equivalga a controllarla. Che si basa, a sua volta, su un'altra illusione più generale, ossia che sia possibile controllare tutto.

L'epoca tecnologica nella quale viviamo è particolarmente adatta a indurre questo tipo di convinzioni, perché con la tecnologia l'uomo è effettivamente riuscito a mettere sotto controllo molti aspetti della vita quotidiana, a studiarli, capirli e asservirli al proprio desiderio.

Ma quando si tratta del mondo interno, è un'altra questione. Quasi sempre, più si cerca di controllarsi e più si perde il controllo. È il controllo che fa perdere il controllo. Al contrario, più ci si lascia andare e più si è distesi, più si ha la possibilità d'intervenire sui propri stati emotivi e sulle proprie reazioni.

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L'interpretazione dei sogni

Giuseppe Santonocito - 26/02/09 - 10:11 - pubblicato in: generale

La richiesta d'interpretazione di un sogno è una di quelle che più frequentemente viene rivolta allo psicologo. Ma ciò che non è risaputo è che solo una particolare categoria di psicologi, ossia gli psicoanalisti, s'interessano del significato che i sogni potrebbero avere.

Come si dice, il condizionale è d'obbligo, perché l'attendibilità dell'interpretazione di qualsiasi sogno non è mai stata dimostrata. E d'altra parte, come potrebbe? Se si prendono dieci interpretazioni indipendenti di uno stesso sogno, è quasi certo che sarà difficile trovarne anche solamente due uguali.

Il sogno è troppo gravato dall'incertezza e dalla casualità dei suoi elementi per poter essere preso come elemento stabile e affidabile. La pretesa di un inconscio che agirebbe secondo leggi precise producendo risultati imprecisi, dai quali risalire in modo preciso alle cause originali non è, purtroppo, né valida né attendibile.

Altro discorso è invece il valore terapeutico di un sogno. Il solo fatto di parlare con qualcuno del nostro sogno, costruendone insieme un significato - perché di costruzione si tratta - può essere terapeutico, esattamente come la lettura di un libro o la visione di un film. Ma sempre tenendo presente che è un racconto, una storia alla quale ciascuno è libero di dare il senso che preferisce.

Del resto è proprio questa la principale differenza fra le terapie di stampo psicoanalitico/psicodinamico e gli orientamenti terapeutici costruttivisti più recenti: da un lato si postula una realtà assoluta e immutabile che deve essere interpretata, dall'altro il costruttivista afferma che non esiste un'unica realtà psicologica, ma tante realtà quanti sono gli individui. E che se una certa realtà è disfunzionale e fa soffrire, se ne può costruire un'altra più utile e funzionale.

(7 commenti)

Ragazzi che non escono

Giuseppe Santonocito - 26/02/09 - 09:46 - pubblicato in: famiglia

A volte m'interpellano genitori di ragazzi che improvvisamente, oppure a causa di qualche brutto evento, come ad esempio una malattia, smettono di uscire di casa.

Si ritirano a vita privata, non vogliono più uscire né frequentare i coetanei. Nei casi estremi smettono addirittura di andare a scuola. Gli unici interessi diventano il computer, le chat e la televisione, unici canali rimasti aperti verso il mondo. A volte insorgono altri disturbi, come pensieri o comportamenti ossessivi, o paure immotivate.

È comprensibile lo sgomento del genitore nel trovarsi di fronte tutto ciò, ed è altrettanto comprensibile che in questi frangenti non si sappia che pesci prendere.

In questi casi è opportuna una valutazione specialistica di persona, anche a domicilio se necessario. L'adolescenza, benché sia spesso un'età difficile, è il momento in cui la vita è appena iniziata e non ci si può autocondannare chiudendosi in casa, smettendo di studiare e allontanandosi da tutto e tutti.

È possibile che ci si sia già rivolti a uno specialista e che non si sia riusciti a venire a capo del problema, ma in questi casi è necessario insistere fino a trovare quello che fa al caso nostro. Si saprà di essere sulla buona strada quando anche i genitori verranno coinvolti e responsabilizzati in prima persona nel processo di trattamento del ragazzo.

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Eluana Englaro

Giuseppe Santonocito - 10/02/09 - 11:34 - pubblicato in: media

Oggi Eluana Englaro è morta.

Indipendentemente da come la si pensi, è innegabile che il padre di questa ragazza, nell'intento di abbreviarne la sofferenza, con la sua straziante crociata ha ottenuto l'effetto paradossale di renderla più viva e memorabile che mai agli occhi del mondo intero.

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Abbronzatura e analogie

Giuseppe Santonocito - 16/01/09 - 16:57 - pubblicato in: generale

La capacità di fare analogie è alla base dell'intelligenza. Più l'analogia è astratta, maggiore l'intelligenza. Un'analogia risponde alla domanda: che cos'hanno in comune, A e B?

Gli animali non umani hanno capacità più limitate delle nostre d'individuare le analogie: un gatto sa che il topolino che gli sta passando davanti ha delle cose in comune con quello del giorno prima, anche se non è lo stesso. Ma non può, ad esempio, capire cosa accomuna topi e delfini (sono entrambi mammiferi).

Mi sono rifatto da poco gli occhiali. L'abile venditrice mi ha convinto a scegliere un bel paio di lenti fotocromatiche, di quelle che si scuriscono progressivamente a seconda di quanta luce c'è.

L'altro giorno ero in compagnia di un amico e di suo figlio di cinque anni. Sedevamo tranquillamente in un locale. Uscendo all'aperto, il sole risplendeva e ha annerito le mie lenti in pochi secondi. Il bambino, notando che quando sedevamo al chiuso erano trasparenti, esclamò: "Babbo, guarda! Gli occhiali di Giuseppe si sono... abbronzati!"

Allora, invertendo l'analogia, ho spiegato al bambino che anche gli esseri umani sono fotocromatici: si scuriscono al sole e ritornano chiari quando smettono di esporsi.

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Sull'efficacia della psicoterapia - Parte IIa

Giuseppe Santonocito - 02/01/09 - 19:08 - pubblicato in: psicoterapia

A volte gli utenti di Medicitalia, dopo essersi rivolti a uno psicologo/psicoterapeuta in seguito al suggerimento ricevuto da me o da un collega, esprimono dubbi: "Sa, dottore, ho fatto come mi ha detto lei, sono andato a parlare con uno psicologo, però..."

Dopo tanti ripensamenti, esitazioni e paure il poveretto si decide finalmente a parlare con un professionista e poco dopo... inizia già a pentirsene.

Quest'articolo è dedicato a tutti coloro che, pur avendo iniziato un percorso psicologico/psicoterapeutico, sono titubanti rispetto a ciò che ne stanno ricavando.

L'articolo è organizzato per punti.

1. Informazioni preliminari

Può essere utile riferirsi preliminarmente all'articolo monografico sulla psicoterapia pubblicato in questo sito, prima di proseguire nella lettura.

2. Il professionista e il paziente/utente/cliente

Si deve tener presente che non sempre reperire un professionista che faccia al caso nostro può essere un processo facile e immediato. Tutti abbiamo avuto l'esperienza, ad esempio, di esserci rivolti a uno specialista medico, un avvocato o un geometra che ci erano stati enfaticamente suggeriti dal parente o dal conoscente, e di esserne rimasti meno che soddisfatti.

Quasi sempre ciò non dipende dalla competenza o dall'abilità del professionista, bensì dalla combinazione data da queste e il nostro particolare tipo di problema. Tenere sempre a mente che il professionista oggi tende alla specializzazione, ossia ad essere più adatto a risolvere alcune classi di problemi rispetto ad altre.

Per questo è opportuno spiegare subito il tipo di problema che il nostro professionista è chiamato a risolverci. Nel caso dello psicologo o dello psicoterapeuta, dopo aver descritto la propria situazione si può domandare se egli è in grado di aiutarci e in che termini.

3. Gli orientamenti terapeutici

Esistono diversi tipi di orientamenti e modelli terapeutici diversi e ogni terapeuta è formato prevalentemente in uno di essi. I risultati prodotti dalla ricerca in questo campo tendono a confermare l'efficacia di tutti gli orientamenti per i vari disturbi che possono essere trattati. Tuttavia, vi sono indicazioni che per i problemi d'ansia e panico i trattamenti cosiddetti brevi offrano un efficienza maggiore.

Differenza fra efficacia ed efficienza: un trattamento è efficace se risolve il problema, ed è più efficiente di un altro se riesce a raggiungere lo stesso risultato con meno risorse, tutto considerato.

Anche in questo caso, chiedere già in prima seduta informazioni al riguardo non potrà certo far male.

4. Date tempo al tempo

Alcuni cambiamenti avvengono gradualmente, altri improvvisamente, per effetto dell'accumularsi di piccoli, precedenti cambiamenti. Altri ancora avvengono all'istante, in forma dirompente. Ma è necessario non avere fretta né nutrire aspettative eccessive su quanto ci apprestiamo a fare, e portare pazienza.

Indipendentemente dall'orientamento cui appartiene il nostro terapeuta, è opportuno darsi un tempo minimo di almeno 4 o 5 sedute per decidere se egli, oppure il centro al quale ci siamo rivolti ci sta giovando oppure no. Se entro questo termine non avremo percepito alcun tipo di miglioramento oppure le cose sono addirittura peggiorate, si può prendere in considerazione l'idea di cambiare.

D'altra parte, cercate di non crearvi dei falsi alibi che vadano a confermare un pregiudizio negativo nei confronti di ciò che avete appena intrapreso. Certo, se foste stati trascinati in terapia contro la vostra volontà questo sarebbe comprensibile. Diversamente, valutate attentamente se è più probabile che il vostro scoraggiamento dipenda più dall'altro o più da voi stessi. In quest'ultimo caso si avrebbe ciò che tecnicamente è definito resistenza. E naturalmente, è compito del terapeuta far sì che le resistenze non ostacolino i progressi.

5. Riportate in seduta le vostre impressioni sul processo

Prima di decidere di cambiare, è necessario esprimere i propri dubbi al terapeuta riferendo ciò che sentiamo e i motivi di preoccupazione. Questo vale non solo riguardo alla decisione di rimanere o meno in terapia, ma più in generale su come ci si sente durante la giornata da quando si è iniziato. Parlatene con il terapeuta. Questi, basandosi sulle vostre informazioni, potrà essere in grado di effettuare gli aggiustamenti del caso.

6. Il contratto terapeutico

Già nelle primissime sedute o, meglio ancora, addirittura in prima seduta, è opportuno concordare con il terapeuta i punti principali ai quali ci si atterrà durante lo svolgimento della terapia: frequenza delle sedute, eventuale numero massimo di sedute giunti al quale considerare terminata la terapia, costi.

Un altro punto importantissimo è l'obiettivo terapeutico. È opportuno accordarsi dettagliatamente sull'obiettivo che la terapia dovrà raggiungere. In questo modo si avrà un metro con cui misurare la bontà del lavoro fatto e uno stimolo continuo per motivarsi ad andare avanti.

7. La prima impressione

Fermo restando tutto quanto detto, se già in prima seduta ricevete una pessima impressione per qualità del servizio, modi o altro sappiate che anche questa, purtroppo, è una cosa che può succedere. Viviamo in un mondo imperfetto e anche fra i professionisti può esserci chi offende con il proprio comportamento il buon nome di tutta la categoria. In questi casi, rari per fortuna, può essere opportuna una segnalazione a uno degli Ordini regionali degli Psicologi, i cui siti possono essere reperiti facilmente nello web regione per regione.

Se ci siamo rivolti a una struttura pubblica è possibile anche scrivere una lettera attraverso lo sportello URP dell'Azienda Sanitaria, che raccoglierà il nostro reclamo.

8. Conclusioni

Riassumendo, se nutriamo perplessità sul percorso terapeutico o di consulenza psicologica che abbiamo appena intrapreso, è opportuno prima di tutto valutare dove risieda la probabile causa di ciò. È possibile, anzi assolutamente consigliabile riportare i propri dubbi allo stesso terapeuta e, prima di decidere di rivolgerci altrove, tener presente i punti esposti sopra.

È possibile anche richiedere un secondo parere sulla propria terapia mentre questa è ancora in corso, rivolgendoci a un altro professionista sia del servizio pubblico che privato.

(articolo disponibile anche su Medicitalia.it)

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Volate con CAI

Giuseppe Santonocito - 30/12/08 - 15:20 - pubblicato in: media

È di questi giorni la notizia che la neonata compagnia aerea CAI, se non capisco male, cambierà già nome riprendendosi il vecchio "Alitalia".

Ma guarda che coincidenza.

Proprio qualche giorno prima di Natale, a pranzo, mia moglie mi chiede: "Come hanno detto che si chiamerà la nuova compagnia aerea? CAI...?! Mamma mia, che nome orribile...!" E io: "E perché?"

Ma appena finito di domandarlo, ho subito fatto da solo il collegamento. Mia moglie è brasiliana e la parola "cai" in portoghese significa "cade". Sarebbe stato davvero un nome azzeccato, per una compagnia aerea, non c'è che dire.

Come dire, in italiano: "Volate con CADE". I brasiliani, gente notoriamente fatalista e superstiziosa, avrebbero di sicuro smesso di mettere piede nei nostri scioperati velivoli rosso-bianco-verdi. E con loro, probabilmente anche gli abitanti degli altri paesi di lingua portoghese.

Mi ero ripromesso di scrivere un'email alla compagnia per avvisarli dello svarione, ma non ce n'è stato bisogno. Si vede che se ne sono già accorti.

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L'importanza di rileggere i libri

Giuseppe Santonocito - 28/12/08 - 18:28 - pubblicato in: cultura

Quando leggiamo un libro che ci piace, mentre lo leggiamo lo apprezziamo. Magari ne sottolineiamo con il lapis o ne evidenziamo i passaggi che ci sembrano più importanti, le idee migliori e tutte le informazioni che potrebbero tornarci utili in futuro.

E quando lo abbiamo terminato diciamo a noi stessi: "Che bel libro!" Parlandone con conoscenti, amici o colleghi potremmo consigliarlo, e forse ritornarci sopra alcune volte noi stessi per rileggerne i punti principali.

Ma poi, trascorsa la "luna di miele", lo sistemeremo insieme agli altri nello scaffale e andremo avanti. Compreremo altri libri, penseremo e faremo altre cose. In poche parole, andremo avanti con la nostra vita.

Talvolta, però, potrebbe ritornarci la voglia di rileggere quel libro così interessante, ma spesso non lo facciamo, o perché abbiamo altre cose da fare, o perché nel frattempo abbiamo comprato altri libri e così abbiamo voglia di leggere quelli.

Però, è un errore.

Vi è una differenza fondamentale fra la prima e la seconda lettura di un'opera, così come nel rivedere un film a distanza di tempo. Nella prima lettura i nuovi concetti che ci colpiscono rimangono, per così dire, visibili a metà, come se spuntassero fuori in un campo di erba alta. Quest'erba alta è costituita sia dagli altri contenuti presenti nel testo che dal continuo spostamento d'attenzione che dobbiamo esercitare per dare un senso a ciò che stiamo imparando, raffrontandolo alle cose che già sappiamo.

Poi, nel tempo, questi concetti essenziali che abbiamo appreso si faranno strada nelle nostre strutture mentali e ne entreranno a far parte. Ma tenderanno pur tuttavia anche lì a restare sommessi, parzialmente inconsapevoli, competendo per la nostra attenzione con tutte le altre idee.

Ma alla seconda lettura - e a volte anche in quelle successive - il libro ci fa sempre un effetto diverso. È come se l'erba fosse stata falciata e il concetto si stagliasse nitido e intero di fronte a noi, in tutta la sua pregnanza. In altri termini, è più facile che ci colpisca ancor più della prima volta, facendoci pensare: "Ehi, ma quest'idea non era solo importante, ma davvero importante".

Ciò avviene perché nel frattempo quei concetti che ci erano piaciuti si sono integrati in noi - proprio perché ci erano piaciuti - e pertanto rileggendoli non si tratta più di accoglierli come nuovi e di fare lo sforzo d'integrarli, ma semplicemente di riconoscerli come già nostri. E il riconoscimento è sempre molto più facile e immediato dell'apprendimento.

Perciò, quando vi viene voglia di rileggere per la seconda volta un libro che vi era piaciuto davvero, fatelo: potreste risparmiare l'acquisto di qualcos'altro e allo stesso tempo apprezzare ancora di più ciò che già avete.

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Sull'efficacia della psicoterapia

Giuseppe Santonocito - 19/12/08 - 16:09 - pubblicato in: psicoterapia

Una paziente al terzo mese di terapia riferisce:

"Da quando ho iniziato questo percorso mi sento decisamente diversa, meno titubante, più decisa. Sto rimettendo in gioco tutta la mia vita, compresa quella sentimentale. Ne ho parlato con la psicologa che mi ha detto che ciò è assolutamente normale. In questo periodo sto riprendendo coscienza del mio valore, sto rivalutando me stessa e questo può portare a una presa di coscienza anche con le persone che mi stanno accanto.

Ma è davvero possibile che queste sedute possano creare così tanto subbuglio, perfino nelle cose che fino ad oggi sentivo piuttosto programmate?"

Un altro paziente, alla quarta seduta:

"Sa, dottore, le cose che lei mi dice qui poi mi ritornano in mente durante la giornata, quando sono al lavoro e soprattutto quando mi trovo a dover aver a che fare con la mia ex moglie. Questa donna prima aveva il controllo totale delle mie reazioni, bastava un niente e scattavo... Adesso invece riesco a reagire in modo molto più tranquillo, costruttivo... Stiamo persino riuscendo ad andare d'accordo! E anche nostra figlia è contenta".

Non sono rare le testimonianze delle persone che, pur esprimendo subito dopo anche le perplessità e i dubbi che appaiono sul percorso di chi sta appena iniziando ad assaporare l'effetto del cambiamento sulla propria pelle, trasmettono al tempo stesso l'entusiasmo e la sensazione di aspettativa che, se ho fatto questo, allora posso fare anche altro.

In breve, una sensazione di maggior libertà e maggior possibilità di scelta nelle cose della vita.

È chiaro che le parole non potranno mai rendere del tutto ragione di resoconti come questi, altamente soggettivi e personali. Potrebbero persino suscitare un po' d'imbarazzo in chi li legge. Tuttavia, se potessimo definire in una parola ciò che una buona psicoterapia ha da offrire, potremmo dire che consiste nel dare la possibilità di diventare degli individui nel senso pieno del termine. Non si tratta solo di eliminare una fobia, di sanare una relazione o di curare un disturbo dell'alimentazione. È l'atteggiamento nei confronti della vita che, quando la terapia ha successo, ne esce trasformato.

Per questo, un'importante distinzione che è opportuno tener presente è fra cambiamento di 1° tipo e cambiamento di 2° tipo, o generativo. Risolvere un problema specifico - ad esempio, una fobia - di per sé costituisce un cambiamento di 1° tipo. Ossia, posso smettere di aver paura dei serpenti, ma restare una persona paurosa. Oppure, riuscire a lasciare il marito che mi picchia e abusa di me, ma trovarmene "casualmente" uno identico poco tempo dopo.

Quando invece si riesce a modificare l'atteggiamento generale della persona che determina il rapporto che essa ha non solo con quell'oggetto pauroso o quel marito, ma nei confronti del pericolo in generale o nei confronti di se stessi, è come se si cambiasse una regola che dice: "Il mondo è pericoloso" in: "Il mondo è abbastanza sicuro", oppure da: "Io non valgo niente" a: "Io ho un valore come minimo uguale a quello di ogni altro essere umano e quindi merito una persona che mi rispetti". Per questo si parla di cambiamento generativo, perché l'acquisizione del nuovo punto di vista permette di generalizzare la propria relazione con tutta la classe di situazioni simili a quella che inizialmente era problematica.

Nel concepire il famoso Mito della caverna, dove l'uomo che aveva vissuto da sempre incatenato si libera, rendendosi conto di quanti aspetti della realtà e della percezione gli erano stati preclusi fino a quel momento, Platone aveva certamente in mente tutto ciò. L'argomento è poi stato ripreso più volte dalla finzione cinematografica, anche in modo controverso, come ad esempio in Arancia Meccanica, Fight Club e, più di recente, The Matrix.

(articolo disponibile anche su Medicitalia.it)

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La resistenza in psicoterapia

Giuseppe Santonocito - 11/12/08 - 19:35 - pubblicato in: ansia/panico

Da oggi un nuovo articolo monografico sulla resistenza in terapia è disponibile qui.

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Che roba inutile!

Giuseppe Santonocito - 10/12/08 - 14:57 - pubblicato in: cultura

L'altra sera mio figlio Umberto, iscritto al primo anno d'Istituto Tecnico, stava riordinando i libri per il giorno successivo. Mi metto a sfogliare il suo libro di chimica e, preso dalla nostalgia e dalla mia vecchia passione per questa nobile materia gli domando:

-Bel libro... Ti piace la chimica?
-No - mi risponde senza esitare nemmeno un momento.
-Come, no? È bella, la chimica! - dico io. E poi, incuriosito, indago:
-E, sentiamo, che voti hai, a chimica? - Allora Umberto apre lo sportello della libreria, tira fuori la lista dei suoi voti dalla busta di plastica trasparente affissa all'interno e fa:
-Mmmh... 8 e mezzo, all'ultimo compito.
-Ah, meno male. Pensa un po' se ti piacesse...

E così, penso, forse anche lui sta riuscendo a farsi piacere le materie che in realtà non gli piacciono. Come succedeva a me quando andavo a scuola. Detestavo storia, però riuscivo a prenderci lo stesso buoni voti. All'inizio era dura ma poi, un po' alla volta, riuscivo in qualche modo a crearmi una passione temporanea per la materia, giusto il tempo per prepararmi all'interrogazione o al compito. E per un certo periodo poi continuava a piacermi davvero.

Ma forse per Umberto è diverso. Forse è solo che lui ha una memoria migliore della mia e si ricorda le cose anche senza bisogno di farsele piacere.

Comunque, ora che sono più vecchio, apprezzo anche la storia. Infatti, ora non sono più costretto a studiarla.

Oggi a pranzo domando di nuovo a Umberto:

-Tutto ok, a scuola?
-Sì. (gli adolescenti adorano parlare per monosillabi, preferibilmente a bassa voce)
-E dimmi, quali sono le materie che ti piacciono... di meno?
-Storia e geografia... - con la stessa sicurezza dell'altra sera - ...e scienze"
-Come scienze? Nemmeno scienze, ti piace? E sentiamo, che cosa vi stanno facendo fare, a scienze?
-Stelle, pianeti... roba inutile. A che serve...?

Allora cerco di allargare un po' il discorso e sdrammatizzare:

-Ma, come, roba inutile... È roba interessante, invece! Indagare sull'universo ci aiuta a capire chi siamo, quanto grande è l'universo rispetto a noi, che siamo così piccoli e insignificanti...

-Babbo - mi risponde educatamente Umberto - se era solo per dirci questo, ce lo potevano dire anche a italiano: bastava una poesia di tre righe, non un corso di un anno.

-Già, certo. Che voti hai a storia, geografia e scienze?

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Perversioni e saudade

Giuseppe Santonocito - 07/12/08 - 17:26 - pubblicato in: cultura

Che cos'è una perversione?

Fino a non molto tempo fa, la psichiatria classificava come perversione qualsiasi comportamento inusuale rivolto alla ricerca del piacere, soprattutto sessuale. Al fine di ottenere una classificazione più rigorosa - e più politically correct - il termine "perversione" è stato poi sostituito con "parafilia". Il primo dei due suscita sempre una sensazione sgradevole in chi lo ascolta, mentre il secondo, molto meno diffuso, è più neutrale.

Ma il senso originale rimane: una perversione è qualcosa che provoca piacere ma che, secondo il senso comune, non dovrebbe. Il Dizionario della Lingua Italiana Sabatini Coletti definisce perversione come: "un allontanamento, una deviazione dalle norme generalmente riconosciute, in particolare in ambito morale e sociale [...]"

Qualsiasi comportamento può diventare oggetto di perversione, persino quelli più sgradevoli. Si veda ad esempio il vomiting, disturbo alimentare nel quale la paziente impara ad associare piacere all'atto di vomitare. O la restrizione anoressica, doppiamente perversa perché trae piacere dalla rinuncia al piacere stesso. In fondo, i centri cerebrali del piacere sono sempre quelli: è solo che persone diverse imparano a collegarli a situazioni diverse.

E se un individuo può essere considerato perverso rispetto a una cultura di riferimento, può una cultura essere considerata perversa rispetto a un'altra cultura?

Nei paesi sudamericani, curiosamente, esiste un fenomeno che, secondo le definizioni viste prima, agli occhi di noi europei potrebbe essere considerato una perversione. Il fenomeno consiste nella cosiddetta saudade, parola portoghese per l'appunto intraducibile e di solito malamente tradotta con nostalgia, o qualcosa del genere.

Molti brasiliani, ma l'osservazione potrebbe valere anche per gli abitanti di altri paesi dell'America del Sud, come ad esempio l'Argentina, sono soliti indulgere in situazioni e sensazioni che normalmente provocherebbero tristezza, ma che invece a loro danno piacere. Oppure, che è lo stesso, inserire tristezza in situazioni che sarebbero di per sé allegre, e ricavare piacere da tale tristezza.

Mi rendo conto che la cosa possa apparire un po' contorta per chi non l'avesse mai osservata in prima persona.

L'esempio più impressionante di quanto sto dicendo lo ebbi la prima volta, quando passai il mio primo Natale a Salvador nel 1986. Mentre festeggiavamo, nel gruppo di persone in cui mi trovavo mi resi conto che la maggior parte di loro ogni tanto piangeva, singhiozzava o sembrava triste. Eppure, era Natale.

Pensai: "Dev'essere commozione per la festa, il mare, le candele, la musica". Ma il giorno dopo, una delle ragazze che era con me sulla spiaggia incontrò un'amica, mentre passeggiavamo insieme lungo l'Avenida Sete, e le due iniziarono a conversare in maniera entusiasta. La mia amica chiese all'altra: "Allora, ieri sera anche voi avete festeggiato il Natale?" e questa rispose, piena di passione: "Sììì, certo...! E abbiamo pianto tutti! È stato così bello...!" E la mia amica a sua volta replicò con altrettanta passione, descrivendo come anche tutti gli altri nel nostro gruppo si fossero commossi e avessero pianto - eccetto me, oviamente: per me il Natale era ancora la festa dell'albero, di Babbo Natale, dei doni e tutto il resto.

Altri comuni esempi di saudade si hanno quando un brasiliano se ne sta ad ascoltare per ore e ore canzoni tristi, ricavandone gioia e piacere. Oppure quando due di loro parlano di eventi e situazioni passate finite male e, stranamente, restandone sollevati e rincuorati.

Del resto il fado, la musica popolare portoghese triste e malinconica, è indissolubilmente legata all'idea di saudade. Fado è saudade, e saudade è fado.

Ogni cultura o ceppo culturale ha le sue particolarità ed è difficile capirle se non le si è sperimentate in prima persona. È un po' come il sapore dei frutti esotici: difficili da spiegare a chi non li abbia mai assaggiati.

Forse, a volerla vedere da un altro punto di vista si potrebbe dire che il brasiliano è più abituato di noi europei ad avere a che fare con le emozioni. E mentre a molti di noi spaventa un po' lasciarsi andare e vivere ciò che sentiamo nel momento presente, per loro questo è molto più naturale. E forse deriva proprio da questo l'attrazione fatale che proviamo per questa terra, più triste eppure più allegra di noi.

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L'evitamento nei disturbi d'ansia e nelle fobie

Giuseppe Santonocito - 01/12/08 - 17:41 - pubblicato in: ansia/panico

Da ieri un nuovo articolo monografico sull'evitamento è disponibile qui.

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Scrittura online, personalità e personaggi

Giuseppe Santonocito - 30/11/08 - 12:20 - pubblicato in: media

Ieri si è tenuto il primo Convegno di Medicitalia, a Roma. Anch'io vi ho partecipato, dato che ne faccio parte come psicologo e rispondo con i colleghi alle domande degli utenti.

Vorrei esprimere tutto il mio apprezzamento e la mia soddisfazione per l'iniziativa appena conclusa e spero che sarà possibile riorganizzare qualcosa di simile in un futuro non troppo lontano. Non capita così spesso d'incontrare e ritrovarsi con così tante persone in gamba e interessanti in una volta sola. Un ringraziamento speciale va allo staff di Medicitalia, che ha avuto l'intraprendenza, la lungimiranza e la perseveranza di avviare e sostenere quest'avventura non solo mediatica e che, stante i numeri, sembra proprio destinata a diventare il punto di riferimento della sanità online in Italia.

Come ha riportato uno dei medici presenti, Il Dr. Lucio Piscitelli, quest'incontro è stato unico e diverso da altri a cui a un professionista può capitare di partecipare. È stata un'esperienza sorprendente e coinvolgente incontrarsi di persona dopo essersi conosciuti solo attraverso il mezzo online, fra colleghi.

Medicitalia dispone infatti di un forum interno, accessibile solo ai medici e agli psicologi iscritti, dove è possibile confrontarsi e discutere di questioni inerenti i consulti agli utenti, questioni scientifiche o che riguardano l'andamento del sito e i rapporti fra colleghi. Tutti questi dibattiti sono separati dalle normali pagine accessibili al pubblico e costituiscono una vera e propria realtà nella realtà, un nucleo incandescente attorno al quale si articola e si sviluppa l'attività del sito.

E ieri era la prima volta che molti di noi si stringevano la mano nel mondo "reale". E anche se generalmente è possibile farsi un'idea sulla personalità di qualcuno osservando le cose che scrive, ciò non è sempre vero. Infatti a volte scriviamo in un modo ma poi interagiamo di persona in modo diverso. E online si aggiunge un'ulteriore variabile, perché non è infrequente che le persone, quando sono collegate, interpretino di proposito un "personaggio", un po' come se stessero recitando. Credete di avere a che fare con uno dal carattere irruento e scorbutico e poi vi trovate di fronte una persona bonaria e gentile, nell'aspetto e nei modi. Questo non avviene tanto sul piano professionale ma sta di fatto che online molti amano dare di se stessi un'idea diversa, giocando sul fatto che non si tratta di contatti immediati, ma mediati.

Infatti basta veramente molto poco per presentarsi in modo non corrispondente alla "realtà". Online mancano completamente i riferimenti e gli indici non verbali come l'espressione del volto, il sorriso, la postura e il tono della voce. Se non si è più che abili - e intenzionati - a rendere gli stati emotivi nella scrittura, dote ovviamente posseduta da chi scrive per mestiere e tutt'altro che scontata, i fraintendimenti sono facilissimi.

La webcam distrugge l'effetto appena descritto, che poi è esattamente lo stesso di quando leggiamo un libro, successivamente ne vediamo il film e ci rendiamo conto che si tratta di cose completamente diverse. E forse è anche per questo che tuttora molte persone rinunciano ad usarla e preferiscono comunicare solo attraverso la tastiera: un po' di mistero rende il tutto più emozionante.

L'essere umano si trova sempre, costantemente nel bisogno di farsi un'idea sulle cose. Perciò, quando le informazioni sono insufficienti, se le inventa. Può sembrare semplicistico, eppure il cervello funziona proprio così. Ciascuno di noi ha dei modelli sempre attivi nella propria testa, degli schemi che ci spingono a spiegarci le cose "come dovrebbero essere". Quando le informazioni che riceviamo contraddicono questi modelli preconcetti, allora possiamo cambiare il modello e adattarci alle nuove informazioni - e anche così facciamo fatica lo stesso.

Ma quando le informazioni non ci sono, semplicemente le aggiungiamo noi come nel gioco dove si deve ricostruire una figura unendo i puntini con un tratto di penna. Perciò, è utile tenere a mente tutto questo quando interagiamo con qualcuno non solo online, ma anche nella vita reale.

In poche parole: occhio ai preconcetti.

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Lo stress? Nella cartella "Varie"

Giuseppe Santonocito - 26/11/08 - 18:19 - pubblicato in: ansia/panico

Spesso, quando una persona ha un disturbo per il quale sono state fatte valanghe di esami che però non hanno dato alcun esito positivo, si dice: "Deve trattarsi di stress".

La parola stress, sebbene abbia già da tempo ricevuto una definizione rigorosa (da H. Selye, ad esempio) è diventata un contenitore dove infilare tutto ciò che, non molto grave ma fastidioso, affligge l'essere umano.

Un po' come la cartella "Varie" del computer: quando non si sa come classificare qualcosa, dove la mettiamo? Nella cartella "Varie", naturalmente.

Il lavoro dello psicoterapeuta, invece, consiste proprio nel prendere il contenuto di questa cartella e identificarlo in base al significato che esso ha per la persona, per aiutarla a ritrovare l'equilibrio.

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Quando annuire è obbligatorio

Giuseppe Santonocito - 26/11/08 - 12:47 - pubblicato in: media

Ieri sera ho assistito alla trasmissione Ballarò. In genere non la guardo mai, come del resto altre dello stesso tipo, perché gli show spesso si trasformano in arene litigiose. E dopo una giornata d'intenso lavoro l'ultima cosa di cui ho voglia è assistere a gente che litiga.

Ma ieri sera era diverso. Invece di lanciarsi reciproche accuse e frecciate a ripetizione, i contendenti delle due parti politiche si usavano insolite cortesie, anteponendo distinguo di ogni genere alle puntualizzazioni e usando forme verbali più moderate. Tutto ciò conferiva al dibattito un tono più disteso, quasi surreale.

Il cambio di toni era dovuto, a sentire i partecipanti, alla gravità dello stato in cui versano attualmente l'economia e la situazione globale del nostro paese. E così, come nelle migliori famiglie, quando ci sono problemi è necessario ricompattarsi e fare fronte comune.

Sia come sia, grazie a questa novità sono riuscito a seguire la puntata quasi dall'inizio alla fine. E ho avuto modo di notare ancora, come già mi era parso altre volte, l'esistenza di un sottile artificio persuasorio nella trasmissione, quasi subliminale.

Nei talk show a sfondo politico le due parti sono in genere disposte su altrettante ali dello studio, centro-sinistra da una parte e moderati dall'altra, ognuna con alle spalle il relativo pubblico di riferimento che la applaude al momento giusto. Si suppone che l'applauso debba servire a suggellare e rinforzare l'implicito patto in essere fra lo spettatore e la sua parte politica preferita.

Ma l'applauso è plateale, scontato e non può che avere un effetto altrettanto plateale e scontato sul pubblico.

Invece, l'artificio di cui parlo è il seguente. Quando la telecamera inquadra l'esponente politico che ha il turno di parola, essa riprende anche le due o tre persone che si trovano alle sue spalle, appartenenti al pubblico di parte. Quando l'esponente parla, queste persone sottolineano silenziosamente i passaggi importanti del discorso annuendo con la testa, ora in modo più evidente, ora in modo appena percettibile.

Lo spettatore sarà probabilmente concentrato nell'osservazione del parlante e non farà molto caso alla "clac" silenziosa che si sta svolgendo sullo sfondo. In ogni caso l'effetto persuasivo è abbastanza potente e più subdolo rispetto all'applauso, proprio perché non scontato né plateale. In persuasione, si tende ad avere un impatto maggiore quando si opera in modo discreto, senza sottoporre a stimolazione eccessiva l'interlocutore.

In termini psicologici il ricorso al riferimento esterno per una valutazione è chiamato "prova sociale". Quando dobbiamo scegliere se "comprare" qualcosa, ad esempio un oggetto, un partner per una relazione oppure un'opinione, prima di decidere spesso ci rivolgiamo al gruppo per sapere come la pensa. In altre parole, siamo indotti a chiederci cosa ne pensano gli altri riguardo all'oggetto del quale vogliamo appropriarci e tendiamo a valutarlo maggiormente se anche gli altri lo hanno già approvato in precedenza.

Nel caso della trasmissione televisiva, non solo l'opinione è espressa da un personaggio di rilievo, e oltretutto in televisione, ma anche altre persone qualunque la sottoscrivono. Quindi, dev'essere vera.

Un altro esempio di quest'effetto è la nozione di senso comune secondo la quale gli uomini sposati o accoppiati hanno più probabilità di essere avvicinati da altre donne. Ciò perché sono già stati "validati" da almeno un'altra donna e quindi il loro valore percepito è più grande.

Come dicevo, non guardo spesso Ballarò. Tuttavia, ho avuto la netta impressione che almeno in questa puntata il trucco sia stato usato in modo molto maggiore dalla parte del centro-sinistra che da quella dei moderati. Ma posso sempre sbagliarmi.

D'altra parte, verrebbe da dire con una battuta, anche se ciò fosse vero - e a osservare con attenzione la "clac" silenziosa sembra proprio di sì, non trattandosi verosimilmente di attori professionisti - sembra che lo sforzo o l'effetto siano stati comunque insufficienti, visti i risultati delle ultime elezioni. Ma si deve tener presente che sono moltissimi i fattori che pesano su un esito elettorale e che, anche se nel bilancio totale uno di questi fattori può essere largamente sopravanzato da altri avversi, ciò non significa che non esista e che non abbia un suo peso.

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01/12/09
       
  dr. giuseppe santonocito - psicologo
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