Giuseppe Santonocito, Psicologo Psicoterapeuta, Firenze, Signa

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Sport e psicologia

  Introduzione
  Attivazione ottimale
  Gestione dello stress e cambiamento
  Stabilire gli obiettivi
  Stress e autoefficacia

(leggi anche gli altri articoli)

Introduzione

La psicologia dello sport studia l'azione umana e i rapporti interpersonali all'interno del contesto sportivo. Gli studi in questo settore hanno permesso di comprendere in maniera approfondita gli aspetti psicologici connessi al fenomeno atletico, di migliorare le metodologie di allenamento e i metodi di insegnamento dello sport stesso (Cei, 1998).

L'intervento dello psicologo dello sport può essere rivolto al singolo atleta, alla squadra, all'allenatore e anche al personale dirigenziale e organizzativo. In quest'ultimo caso si ha una parziale sovrapposizione con il campo della psicologia del lavoro e delle organizzazioni.

Attivazione ottimale

Dal punto di vista dell'atleta, attraverso l'utilizzazione di tecniche quali il mental training, il training autogeno, l'imagery, il biofeedback e i test cognitivi e di personalità, è possibile migliorare la performance mediante la creazione di uno stato ottimale di attivazione e benessere psicofisico.

Forma fisica e forma mentale procedono in parallelo e possiamo affermare che un'ideazione vincente è senz'altro determinante per la forma fisica.

A molti di noi sarà capitato di partecipare a una lezione di fitness o altra disciplina con un istruttore poco motivante o stimolante, e di uscirne più annoiati e svogliati di prima. Oppure, con un istruttore coinvolgente, energico e caricato, di lasciare la lezione pieni di grinta e vitalità.

Questo è un semplice esempio di come a un livello ottimale di attivazione psichica corrisponda una maggiore efficienza fisica.

Immaginiamo ora quest'effetto moltiplicato molte volte, su un atleta di alto livello e sulle sue prestazioni. Diventa allora evidente l'importanza di un'adeguata preparazione psichica.

Gestione dello stress e cambiamento

Un altro aspetto fondamentale del quale si occupa la psicologia dello sport è la gestione dello stress, dentro e fuori del campo di gioco. L'ottenimento del controllo dello stress da parte dell'atleta presuppone un cambiamento di atteggiamento, che può non essere immediato attuare. Infatti, la maggior parte degli individui e dei sistemi, squadre o gruppi di lavoro, tende a resistere al cambiamento.

La teoria generale dei sistemi definisce questo meccanismo come omeostasi, ossia la tendenza che hanno tutti i sistemi a mantenere lo status quo (Watzlawick e altri, 1974).

Anche se il cambiamento in un sistema può essere innescato agendo su uno qualunque dei suoi elementi, spesso è più utile iniziare da quello che ha il controllo maggiore sul funzionamento del sistema stesso, dall'elemento più "importante".

In un sistema-squadra, questo elemento è l'allenatore o il team leader, mentre nell'individuo coincide con il sistema motivazionale. In ambedue i casi, è necessario lavorare su autoefficacia e goal setting.

L'autoefficacia è l'atteggiamento che ognuno ha verso la propria capacità di ottenere risultati in un determinato campo d'azione: sportivo, lavorativo, affettivo e così via. In altre parole, possiamo dire che l'insieme delle convinzioni e delle valutazioni che ognuno di noi ha sulle proprie capacità è definito autoefficacia. Il concetto di autoefficacia è strettamente legato a quello di autostima, ed è ciò che può fare la differenza fra un atleta vincente e uno perdente.

Il goal setting consiste invece nel metodo con cui stabiliamo e mettiamo in pratica un piano per il raggiungimento di obiettivi. Se realizzato nella dovuta maniera, il goal setting consente di evitare errori tipici, come porsi degli obiettivi troppo ambiziosi o troppo poco stimolanti.

Stabilire gli obiettivi

La ricerca mostra che le persone raggiungono il massimo della motivazione quando l'obiettivo che hanno stabilito di perseguire non è troppo al di sopra né troppo al di sotto delle proprie possibilità. Delle proprie possibilità percepite, come abbiamo appena visto a proposito dell'autostima.

Ciò vale non solo nel mondo dello sport, ma in ogni circostanza dov'è necessario esprimere una performance per ottenere dei risultati.

Fissare degli obiettivi troppo ambiziosi, è come stabilire fin dall'inizio che avremo scarse o nulle probabilità di portarli a compimento.

All'opposto, obiettivi troppo poco stimolanti non saranno in grado di fornire la spinta sufficiente a farci impegnare.

Stabilendo invece degli obiettivi di difficoltà intermedia all'interno del campo delle nostre capacità percepite, avremo il massimo delle probabilità di raggiungerli e, ancor più importante, creeremo delle basi d'esperienza per far crescere la nostra percezione di capacità. Questo ci permetterà di scegliere obiettivi un po' più ambiziosi al passo successivo.

In sostanza, la progressione corretta è fare piccoli passi anziché pretendere tutto e subito. Con questo metodo è possibile trasformare obiettivi oggi impossibili in obiettivi raggiungibili in futuro.

Giorgio Nardone riporta che John Weakland, uno dei pionieri del famoso gruppo di Palo Alto, insegnava ai suoi studenti che per fare grandi cose è necessario fare piccole cose. Perché impegnandosi a fare ogni giorno piccole cose, diceva, e poi mettendo insieme tutte queste piccole cose, alla fine ci troveremo ad aver fatto grandi cose facendo solo piccole cose.

Riassumendo, fissare obiettivi limitati, raggiungibili e progressivamente più ambiziosi è uno dei modi migliori per aumentare l'autoefficacia e la performance dell'atleta.

Stress e autoefficacia

L'aumento dell'autoefficacia è cruciale ai fini di un buon controllo dello stress. Lo stress nasce quando percepiamo le sollecitazioni dell'ambiente come superiori alla nostra capacità di farvi fronte. È noto che persone diverse, poste nelle stesse circostanze e con le stesse capacità, reagiscono in modo diverso. Lavorando perciò sull'autoefficacia è possibile fare in modo che il compito sia rielaborato, ristrutturato e ricollocato all'interno dello spazio del possibile.

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28/10/10
       
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