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La psicoterapia: che cos'è e come funziona(leggi anche gli altri articoli)
In effetti, un tempo era così e i percorsi terapeutici duravano a lungo, con frequenza anche bi- o tri-settimanale. Oggi esistono invece diverse possibilità, e alcuni orientamenti, come quello breve strategico, riescono a risolvere molti comuni problemi in poco tempo, spesso entro le dieci sedute. Quest'articolo tratta di cos'è la psicoterapia, quali caratteristiche deve avere un buon psicoterapeuta, come reperirlo e cosa succede durante le sedute di una terapia.
Il criterio più importante da considerare nella scelta del terapeuta è: se il processo terapeutico riesce a darvi buone sensazioni e a farvi stare meglio secondo i vostri criteri, allora va bene. Altrimenti cambiate terapeuta. Se già uscendo dalla prima seduta vi sentite peggio, cambiate senza indugi. Escluso questo caso limite, datevi un termine di almeno quattro o cinque sedute prima di decidere. È importante non perdere subito la fiducia in caso di esperienze poco edificanti, mantenendo piuttosto l'utile convinzione che quella terapia non sarà stata efficace, non la psicoterapia in generale. È bene sapere, infatti, che la ricerca ha chiarito che chi si rivolge alla psicoterapia a fronte di problemi personali riesce a stare meglio dell'80% di chi non lo fa e che i cambiamenti ottenuti sono durevoli (Lambert e altri, 2002).
Il buon psicoterapeuta:
Inoltre, per un principio ben noto alla psicologia cognitiva, gli esseri umani notano e ricordano molto di più ciò che va male rispetto a ciò che va bene. Ben lo sanno gli imprenditori e i commercianti, per i quali è faticosissimo farsi un nome e facilissimo perderlo, a causa di una sola partita di merce avariata. Lo stesso vale per le professioni (Pologe, 2008). Vediamo quindi, innanzitutto, di definire ciò che la psicoterapia non è. È necessario sentire che si può affidarsi al proprio terapeuta, ma non ci si deve sentire a proprio agio in ogni momento, durante le sedute. Se le domande e le osservazioni del vostro terapeuta non vi provocassero mai neanche il più piccolo disagio, potreste non arrivare da alcuna parte. A volte la terapia può raggiungere punte molto alte d'intensità, o in altri momenti presentarsi come un processo amorfo, vago e privo di meta. In entrambi i casi, però, dovrebbero essere percepibili i cambiamenti che ci si aspettano dal trattamento. In caso contrario, la terapia non sta funzionando. In un'ottica strategica, la terapia non è un semplice sostegno, ma un processo concordato e pianificato, allo scopo di ottenere un risultato. È escluso per definizione che una terapia strategicamente orientata si trasformi in un susseguirsi indefinito di sedute, senza obiettivi e senza aver stabilito con esattezza le condizioni che determineranno la fine del trattamento. Tuttavia, alcune persone non cercano una terapia ma una consulenza, o un confronto periodico con il professionista che permetta loro di chiarire alcune questioni importanti. Il modello breve strategico è ovviamente in grado di soddisfare questi tipi di necessità.
Quando una persona arriva in terapia spontaneamente, oppure trascinata dai parenti, l'elemento comune è che il suo comportamento, le sue sensazioni, i suoi pensieri e le sue percezioni sono diventate inappropriate. Non capisce perché si sente così arrabbiato, depresso, oppure così ossessionato da tutte quelle banalità, così impaurito dal nulla. Dice di sentirsi inutile, che lo odiano, che il governo gli dà la caccia come terrorista e che deve nascondersi, che nessuna donna può volergli bene, oppure che tutte le donne lo amano. Magari sta rovinandosi la vita abusando di sostanze o gioco d'azzardo, malgrado il suo desiderio di smettere, oppure si lava le mani fino a rovinarsele, perfettamente cosciente di quanto tutto ciò sia senza senso e distruttivo. Potrebbe picchiare a sangue la moglie o la fidanzata, giurando però di amarla. Allontana da sé le persone con i suoi atteggiamenti arroganti e orgogliosi, si rovina da solo tutte le chance di successo sociale e professionale, eppure è il primo a notare negli altri questi schemi così distruttivi. Si mette in una relazione masochistica con un altra persona, ogni volta soffrendo gli abusi e l'insensibilità del suo partner, giurando di non rifare mai più quell'errore. Oppure è colto all'improvviso da sudori freddi, il cuore inizia ad accelerare e si trova paralizzato dalla paura, di fronte alla porta di un ascensore. Eppure sa benissimo quanto sicuri siano gli ascensori e che, infatti, ha più probabilità di farsi male scivolando in una vasca da bagno. Queste persone hanno qualcosa che fa mettere loro in atto comportamenti, sensazioni e punti di vista disfunzionali. Sono consapevoli di essere infelici, anzi spesso sono abbastanza intelligenti da rendersi conto che tutto ciò non ha senso ma, per qualche ragione, non riescono a cambiare. Lo stesso si applica alle coppie rissose e a bambini e adolescenti, che sembrano divertirsi con i loro comportamenti disfunzionali. L'adolescente che ruba e si fa continuamente di canne e amfetamine di solito lo capisce, ma siccome ciò lo fa stare bene, la sua vita inizia a ruotare attorno al perno della dipendenza. E questo gli impedisce di fare altro o costruire alcunché nella vita (anche se difficilmente si riesce a farglielo ammettere apertamente). Tutte queste persone sono in qualche modo bloccate. Desideri, bisogni, motivazioni, sensazioni e anche pensieri e percezioni sono diventati disfunzionali e influiscono pesantemente sulle loro vite. Il bambino fuori controllo, inviato dal giudice in terapia, è bloccato nello stesso senso in cui lo è l'adulto pauroso. E le loro terapie procederanno attraverso passi simili, anche se magari uno di loro non aprirà bocca durante le prime sedute. A volte le persone si bloccano persino di fronte al piacere. Infatti, di tutte le persone che arrivano in terapia lamentando problemi sessuali, solo un'esigua minoranza ne ha davvero. Tutte le altre si scopre che hanno una fisiologia e degli organi sessuali perfettamente funzionanti ma ci sono delle situazioni interpersonali nelle quali altre sensazioni (di solito paura e rabbia) stanno interferendo con la loro sessualità (ib.).
Uno dice: "È chiaro che il tuo amico depresso non ha nulla di cui essere depresso. Perché non se ne rende conto da solo? Perché non puoi semplicemente dirglielo, dargli dei libri sulla depressione e su come superarla e fine del problema?" Oppure: "È chiaro che quell'uomo timido, cauto e riservato è diventato così perché è cresciuto con quel genitore così intollerante e volubile. Chiunque ne conosca la famiglia può vederlo, ma adesso non ha più alcuna ragione per esserne impaurito. Se tutti riescono a rendersene conto, perché non può fare lo stesso anche lui e darsi una mossa, nella vita?" E anche: "È chiaro che quell'arrogante so-tutto-io indispone proprio le persone che sta cercando d'impressionare. Perché non gli dite di calmarsi un po', cosicché non finisca disoccupato, senza amici e isolato dal resto del mondo?" La risposta più semplice è: non possono. L'amico depresso è bloccato nella sua depressione in parte perché, si può credervi o meno, è più facile sentirsi depresso che affrontare ciò che fa male. È più facile credere che tutto di sé sia inutile e sbagliato, anche se la realtà afferma il contrario, che guardare in faccia ciò che accade. Questo è il motivo per cui la depressione sembra così irrazionale: perché è una rinuncia, una distrazione rispetto a qualcos'altro. Per questo restiamo a bocca aperta se quell'uomo attraente, così pieno di talento e di successo piagnucola, lamentandosi che non ha nulla e che non vale nulla. Allo stesso modo, la donna bella e intelligente che s'impelaga con un uomo disonesto e inaffidabile dopo l'altro, preferisce questo al riconoscere l'insoddisfazione profonda verso se stessa e la vita. Molte volte, le persone preferiscono vivere con un basso profilo, al di sotto delle proprie possibilità, piuttosto che affrontare sensazioni potenti come la rabbia, il dolore o la paura (ib.). È evidente che questi veri e propri autoinganni disfunzionali non sono innescati di proposito dalla persona, ma in modo inconsapevole. È questa non-consapevolezza, la chiave per rispondere alla domanda: "Perché la psicoterapia?" rispetto ad altri tipi d'aiuto. Siccome la razionalità spesso non c'entra, neanche la terapia deve per forza passare per vie logiche o razionali, ma può sfruttare logiche non ordinarie quali il paradosso, la credenza e la contraddizione.
Durante le sedute è importante che anche il paziente assuma un ruolo attivo. La psicoterapia è un dialogo. Il paziente presenta dei dati, il terapeuta offre delle idee su quei dati, insieme ai suoi propri dati, e a delle prescrizioni da eseguire fra le sedute. Quindi la palla passa di nuovo al paziente, e così via. Le cose che il terapeuta vi sta aiutando a scoprire su voi stessi, la vostra vita, le vostre sensazioni vi stanno aiutando ad andare nella direzione in cui volete andare, oppure no? Se la risposta è no, avete il diritto di dirlo, perché qualcosa non sta andando per il verso giusto. Ma senza la vostra partecipazione attiva su ciò che viene discusso in seduta, e soprattutto nell'impegno a mettere in atto le prescrizioni assegnatevi, la terapia diventa uno sterile esercizio di pensiero, una serie di speculazioni interessanti che non avranno alcun impatto sulla vostra vita (ib.).
Le relazioni interpersonali, anche quelle psicoterapeutiche, non seguono schemi prefissati. Inoltre, come per ogni percorso personale, può non essere facile descriverlo a parole. Se vi sentite malissimo già alla prima seduta è meglio cambiare, come già detto. A parte questo caso estremo, il paziente e il terapeuta dovrebbero sempre definire all'inizio della terapia un limite di tempo o numero di sedute entro il quale dovranno esserci stati dei miglioramenti. Il paziente deve avere il tempo di rendersi conto di come ci si sente in una seduta, e che questo tipo di conversazione è diverso da quelli che si possono avere in altri contesti. È anche importante non ossessionarsi nel chiedersi se la terapia stia o meno funzionando, se ci piace davvero questo terapeuta, se è in grado di aiutarci davvero e così via. Date tempo al tempo. Altrimenti sarebbe come andare in palestra due volte e controllare subito i muscoli, per vedere se sono già aumentati. Una seduta di terapia dovrebbe sempre essere interessante e anche un po' intrigante. A volte potrà sembrare strana, frammentaria e inconcludente, oppure far venire voglia di smettere, ma il paziente dovrebbe sempre restare con la sensazione che qualcosa di nuovo e interessante sta succedendo. Dovreste essere curiosi su cos'è che vi sta facendo sentire, pensare e comportare proprio in quel modo e su come i vari aspetti ed eventi della vostra vita si collegano fra loro in modi che non avete ancora considerato. Dovreste anche sentirvi come se le vostre sensazioni diventino man mano più "vere", nel senso di più autentiche, più genuinamente integrate e personali. Se entro le prime cinque sedute non sarete riusciti a percepire nulla di tutto ciò, dovete riportarlo al terapeuta. Potrebbe essere che la vostra resistenza alla terapia sia troppo grande, in questo momento della vostra vita, anche se la parola "resistenza" è almeno in parte un commento sulle capacità del terapeuta. Potrebbe essere che la relazione che si è instaurata fra voi e il terapeuta non sia ottimale, e che non vi sentiate a vostro agio con lui/lei. In ogni caso, parlatene. Se non vedete spiragli di soluzione a questo problema e le cose non dovessero cambiare in breve, cercate un altro terapeuta (ib.). Ciò che più di ogni altra cosa deve interessarvi ottenere da una terapia è la cosiddetta esperienza emozionale correttiva. Ciò indica qualunque esperienza facciate attraverso le interpretazioni, le indicazioni e le prescrizioni che il terapeuta vi darà, e che segnerà lo sblocco, il momento di rottura fra il vecchio modo di percepire il problema e un modo del tutto nuovo. Quest'esperienza non ha niente a che vedere con la razionalità e non si tratta di apprendimento. All'improvviso, senza sapere perché, vi sentite meglio, più sani, più speranzosi, più decisi, più energici, tutto sembra essere più chiaro e i sintomi sono scomparsi. Questa è la magia che una buona psicoterapia può offrire. La terapia non terminerà però subito dopo: è necessaria una fase detta di consolidamento, per far sì che le percezioni problematiche perdano completamente la propria forza, che i nuovi schemi di reazione si assestino, si stabilizzino e diventino definitivi, per evitare ricadute. Nota importante: non è necessario parlare del proprio passato, incolpando vostra madre o vostro padre di tutto quanto. Il problema può anche essere sorto nel passato, ma i suoi effetti si manifestano nel presente, quindi è nel presente che bisogna indagare per conoscere come esso funziona e poterlo risolvere. In ogni caso, sul passato non sarebbe più possibile far niente, perché è già passato. L'idea di una causalità lineare, che gli eventi procedano linearmente in una catena dove A causa B, B causa C, C causa D e così via ha permeato il pensiero scientifico per migliaia di anni, dimostrandosi estremamente proficuo. Esso ha consentito all'umanità di raggiungere un alto grado di sviluppo e miglioramento delle proprie condizioni e sarebbe falso negarlo. Tuttavia, nello studio dei sistemi complessi la causalità lineare può offrire solo una limitata utilità. Tali sistemi hanno la caratteristica di essere circolari, ossia un certo elemento A può causare un effetto su B, e B può a sua volta averne su A. Oppure, A può avere un effetto su se stesso. A fronte di ciò, per sbloccare atteggiamenti e convinzioni di un sistema complesso quale certamente è la mente umana, si rende talvolta necessario utilizzare logiche non ordinarie, come ad esempio la logica del paradosso. La tecnica paradossale della prescrizione del sintomo, pervenutaci dal gruppo di ricerca di Palo Alto, è stata una conquista di grande importanza, così come il concetto di tentata soluzione che, quando non funziona, alimenta il problema. Interrompendo la tentata soluzione, si riesce a rompere il circolo vizioso che tiene in piedi il problema. E ciò può essere fatto prescrivendo il sintomo stesso, ad esempio per vincere una paura attraverso una paura ancora più grande. Le prescrizioni paradossali sono la prova più convincente che una psicoterapia efficace non deve basarsi sull'effetto placebo: come potrebbe, infatti, l'effetto placebo, che segue una logica lineare e positiva, spiegare il fatto che prescrivendo in certe condizioni a una persona obesa di ingrassare di un paio di chili, è molto probabile che alla seduta successiva si osservi invece un dimagrimento? A parte questi esempi molto generali, ogni terapia è un caso a sé e può essere difficile spiegare cosa succede. A volte lo sblocco avviene dopo poche sedute, a volte più tardi. A volte la persona si sblocca addirittura dopo la prima seduta. Altre volte, quando la terapia sembra ormai giunta alla fine, emerge un altro problema. In questi casi il terapeuta deve rimboccarsi le maniche e affrontare anche questo, per completare il lavoro. (articolo disponibile anche su Medicitalia.it) (leggi anche gli altri articoli) |
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| ultima revisione 28/10/10 |
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dr. giuseppe santonocito - psicologo psicoterapeuta info@incom.fi.it cell. 329 4073565 tel. 055 8734699 firenze, signa |
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