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La depressione

  La sintomatologia depressiva
  Rabbia e aggressività
  L'approccio farmacologico
  Psicoterapia e psicoterapia breve
  L'elaborazione del lutto
  La rinuncia: un atteggiamento comune
  Conclusioni

(leggi anche gli altri articoli)

La sintomatologia depressiva

Quando si parla di depressione, di solito s'intende uno stato di cattivo umore o tristezza per qualcosa. Può essere perché si è avuta una brutta giornata, una lite con qualcuno oppure perché ci si sente annoiati.

Ma questa non è depressione.

Mentre entro certi limiti la tristezza è un'emozione perfettamente normale, la depressione è una condizione patologica con caratteristiche precise, che non sempre le persone riescono a identificare da sole.

Questo è esattamente il motivo per cui questa malattia è così subdola: all'inizio si fa fatica a distinguerla da uno stato passeggero di cattivo umore. In seguito, quando essa ha assunto le vere caratteristiche che le sono proprie, si fa fatica a intervenire. E non tanto perché non ci siamo accorti di esservi caduti dentro, ma semplicemente perché ormai non ce ne importa più nulla.

Il primo e più importante sintomo che denuncia la presenza di uno stato depressivo è proprio la mancanza di voglie.

La persona depressa non ha più voglia di lavorare, non ha più voglia di prendersi cura di se stessa e delle cose, non ha più voglia di fare attività fisica né sessuale. È come se si fosse spenta in lei ogni motivazione, ogni volontà di combattere e andare avanti. Ogni aspetto della vita appare inutile e senza senso ed è scomparsa ogni gioia di vivere. Altri sintomi riguardano alterazioni dei ritmi del sonno, rallentamento psicomotorio e, naturalmente, alterazioni dell'umore.

La persona depressa manca d'energia, si sveglia al mattino già stanca, svogliata e con un sentimento di repulsione nei confronti degli impegni con il mondo. Le prestazioni scolastiche e lavorative calano sensibilmente e nei casi più gravi non si riesce a trovare neppure la forza d'alzarsi dal letto.

L'edizione più recente del DSM, il manuale descrittivo delle psicopatologie ufficialmente adottato da psichiatri e psicoterapeuti, stabilisce che la diagnosi di episodio di depressione maggiore deve aver riscontrato cinque o più dei seguenti sintomi:

  umore depresso per la maggior parte del giorno;
  marcata diminuzione d'interesse per le attività del giorno;
  significativa perdita o aumento di peso, oppure perdita dell'appetito;
  insonnia o ipersonnia (dormire più del normale);
  agitazione o rallentamento psicomotorio;
  mancanza d'energia;
  sentimenti di autosvalutazione o di colpa, eccessivi o inappropriati;
  ridotta capacità di pensare e concentrarsi, o indecisione;
  pensieri ricorrenti di morte, ideazione suicidaria.

Negli stadi avanzati della malattia si inizia a nutrire la convinzione di essere "sbagliati", di non essere equipaggiati in modo adeguato per far fronte alle sfide della vita, fin dalla nascita, come se madre Natura fosse stata troppo dura con noi.

Inizia allora a insinuarsi l'idea d'essere diventati un peso per sé e per gli altri. Ecco perché in questi casi il rischio suicidario deve essere sempre tenuto presente e mai sottovalutato.

Rabbia e aggressività

L'umore del depresso non è sempre necessariamente triste. Anzi, molto spesso una forte sensazione di rabbia e aggressività si associa alla depressione, si diventa irritabili e non si riesce a sopportare niente e nessuno.

Inoltre, come purtroppo riportano gli episodi di cronaca sul suicidio di soggetti depressi, non è raro che prima di uccidersi questi uccidano anche altre persone. E anche se nel biglietto di addio l'omicida-suicida si scusa o afferma che l'intenzione era di proteggere quelle vittime dalle infamie della vita, è evidente che togliere la vita a qualcun altro è l'atto più aggressivo che si possa concepire.

Molto spesso non è possibile sapere esattamente se queste persone avessero o meno dei conti in sospeso reali o immaginari con quelle vittime, ma è certo che chi arriva a compiere un gesto simile ragiona con una logica del tipo: "se io vado, tu vai prima di me".

Tutti i depressi sono dei potenziali omicidi-suicidi?

Fortunatamente no.

Tuttavia, se dovessimo sospettare che una persona che conosciamo sta attraversando un episodio depressivo, sarà bene farlo subito presente all'interessato, invitandolo caldamente a sollecitare l'aiuto di uno specialista.

Per completezza è utile ricordare che la malattia depressiva può coesistere ad altre patologie, oppure essere provocata da anomalie organiche che nulla hanno a che vedere con la storia psicologica e relazionale della persona.

L'approccio farmacologico

Nella sua inarrestabile avanzata, la medicina scopre negli anni '80 che una particolare categoria di molecole, note come SSRI (sigla inglese per "inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina"), è in grado di combattere efficacemente la depressione. Nel 1987 la multinazionale Eli Lilly mette in commercio il Prozac, che diventerà il farmaco più prescritto al mondo di tutti i tempi. Rispetto ai triciclici e alle monoamminoossidasi, altri farmaci usati in passato contro gli stessi sintomi, le SSRI sembrano produrre effetti collaterali apparentemente minimi.

I farmaci come il Prozac o lo Zoloft agiscono sul sistema neurotrasmettitore della serotonina, la cui diminuita presenza nel cervello è dimostrabilmente associata allo stato depressivo. La serotonina è un neurotrasmettitore, ossia è usata dal cervello per trasmettere informazioni fra le cellule. Essa è prodotta, utilizzata e infine smaltita quando il suo compito si esaurisce. In ogni dato momento esiste perciò nel cervello una certa quantità di serotonina.

È stato accertato che quando la serotonina libera è poca, il tono dell'umore si abbassa e può prodursi uno stato depressivo.

L'azione degli SSRI consiste quindi nell'impedire che la serotonina venga riassorbita all'ultima fase del suo ciclo, e fare in modo che ne rimanga costantemente in circolo una quantità sufficiente.

Il Prozac è stato ribattezzato "la pillola della felicità", tanto è sembrato una soluzione così azzeccata e mirata a un problema grave e diffuso come quello della depressione. Gli psicofarmaci hanno da sempre una cattiva reputazione a causa dei loro effetti collaterali. Gli SSRI, invece, vanno a toccare apparentemente solo il punto preciso in cui esiste il problema, e nient'altro.

Ma è veramente così?

Senza soffermarsi sul problema della causalità, ossia se sia la scarsa quantità di serotonina circolante a produrre depressione, oppure quest'ultima a far diminuire i livelli di serotonina, è provato che i due eventi sono associati (poca serotonina e depressione) e che la somministrazione dei suddetti farmaci è in grado di ridurre o eliminare i sintomi in molti pazienti.

È necessario riconoscere che i farmaci hanno complessivamente portato un gran bene all'umanità. Ancor di più quelli moderni, frutto di una comprensione sempre più esatta del funzionamento del nostro organismo e quindi con meno effetti indesiderati dovuti alla loro somministrazione. Dalla scoperta della penicillina in avanti, la farmacologia non si è più fermata e ha prodotto una serie interminabile di rimedi per la cura delle più svariate patologie. Questo è un fatto, e non può essere smentito.

D'altra parte s'impongono una riflessione seria e un controllo costante sul comportamento delle case farmaceutiche, non sempre governato da quei principi di trasparenza e limpidezza che sarebbero desiderabili. Questo è naturalmente un problema più politico che scientifico e tuttavia di fondamentale importanza. A questo riguardo vi è chi sostiene che le case prima svilupperebbero il farmaco e poi, con l'aiuto dei media e della loro rete di relazioni, vi costruirebbero intorno la malattia. Se ciò sia vero o meno, è difficile da dimostrare.

Come in ogni fenomeno sociale complesso è difficile stabilire dove stiano le cause e dove gli effetti, l'inizio e la fine. Probabilmente si tratta di una causalità di tipo circolare.

Certamente la casa farmaceutica è un'impresa, e come tale soggetta alla logica del profitto. Tuttavia, data la delicatezza e la particolare tipologia di prodotto, è necessario che il loro operato sia monitorato costantemente dagli organi preposti a farlo.

Dall'introduzione sul mercato della classe di farmaci cui il Prozac appartiene, un gran numero di persone ha potuto beneficiare dei loro effetti curativi. Attualmente (2007) nel nostro paese essi sono interamente a carico del Servizio Sanitario Nazionale e costituiscono quindi una via praticabile per coloro che presentino sintomi depressivi.

Naturalmente non sono gratis, perché le spese sono distribuite sull'intera popolazione attraverso le imposte statali.

La percentuale di casi che non rispondono alla cura rimane tuttavia elevata. A volte la somministrazione produce effetti persino controproducenti, esaltando proprio quei sintomi che avrebbe dovuto curare.

Come per qualunque altro tipo di farmaco è competenza del medico che lo prescrive tener conto di tutti gli aspetti, le indicazioni e le controindicazioni del caso specifico.

Psicoterapia e psicoterapia breve

Sebbene la depressione possa esser curata con i farmaci, si deve far presente che in molti casi ciò è ottenibile anche attraverso la psicoterapia.

Passati i tempi delle terapie protratte indefinitamente, che spesso non riuscivano a lenire le sofferenze per le quali i pazienti si rivolgevano allo specialista, negli ultimi decenni la ricerca in campo psicologico è riuscita a mettere a punto delle terapie brevi efficienti ed efficaci.

Le terapie brevi si basano su una filosofia che favorisce i risultati rispetto alle spiegazioni, che non perdono la propria ragion d'essere ma diventano secondarie. Se un paziente si rivolge al terapeuta per un disturbo, è probabile che sia più interessato a vedere il proprio problema risolto piuttosto che sapere perché se lo è ritrovato addosso.

L'efficacia misurerà quindi in che grado il problema è stato risolto, mentre l'efficienza rappresenterà il bilancio fra il risultato e le risorse investite per ottenerlo, anche in termini economici. Le spiegazioni, se è il caso, possono essere fornite anche più tardi.

L'idea di misurare i risultati prodotti dalla terapia non è stato ancora accolto unanimemente da tutta la comunità degli addetti ai lavori. Molti terapeuti, specie della "vecchia scuola", si sono formati quando la psicologia era più vicina a una disciplina umanistico-letteraria che a una scienza vera e propria. Essi perciò faticano ad accettare un cambiamento così stridente, è comprensibile. Peraltro, ciò non significa che i risultati ottenuti siano inferiori rispetto ai colleghi formatisi più di recente. La storia è piena di psicoterapeuti insigni, fin dai tempi biblici.

Tuttavia, il problema è quello della ripetibilità e soprattutto della trasmissibilità di un metodo. Se anche la psicoterapia ambisce a fregiarsi dell'appellativo di "scientifica", dev'essere possibile verificarne i risultati utilizzando almeno un sottoinsieme delle metodologie in uso da sempre nelle altre scienze. Altrimenti il destino è rimanere per sempre confinati nel regno dell'intuito, del solo talento, del mito.

Le terapie brevi costituiscono un passo avanti notevole nella giusta direzione.

Si vedano a questo proposito i risultati del modello breve strategico.

L'elaborazione del lutto

Uno dei primi tentativi della psicologia di spiegare l'origine della depressione è stato il concetto di lutto. La tradizione psicoanalitica di Freud (Lutto e melanconia, 1915) definiva il lutto come quell'esperienza dolorosa di perdita di una persona che occupava un posto centrale nella nostra vita. Il dolore derivante dalla mancanza del legame nel quale avevamo investito tanto affettivamente, può essere capace di svuotare la vita di ogni significato e condurre alla depressione.

È possibile trovarsi in stato di lutto per la morte reale di una persona, ma anche a causa di una morte simbolica. La fine di un legame amoroso, la perdita di un lavoro o di uno status sociale sono anch'essi eventi in grado di determinare un sentimento di perdita.

Lo schema resta lo stesso:

1. si investe affettivamente in una relazione;
2. l'oggetto della relazione viene a mancare;
3. si produce il lutto.

Il processo di elaborazione del lutto consiste allora nel lavoro attraverso il quale la persona è costretta a passare, suo malgrado, per ottenere il superamento dello stato doloroso e l'acquisizione di un nuovo atteggiamento nei confronti della vita.

La rinuncia: un atteggiamento comune

Per molti anni la nozione di lutto è stata l'unica spiegazione psicologica al fenomeno depressivo. Tuttavia, l'osservazione empirica non ha mai cessato di rilevare casi per i quali non era ipotizzabile uno stato di lutto né una perdita, materiale o astratta.

In passato la depressione veniva talvolta chiamata "esaurimento nervoso". Sebbene un po' vaga, questa definizione si è rivelata sorprendentemente azzeccata, alla luce delle recenti scoperte nel campo della biochimica cerebrale (vedi sopra).

Ma l'esaurimento è anche la fase finale del ciclo dello stress. Lo stress, definito da Selye come sindrome di adattamento aspecifica, è caratterizzato delle seguenti fasi:

1. si ha un problema da risolvere, innescato dall'ambiente o da bisogni interni;
2. l'organismo mobilita le sue risorse per farvi fronte;
3. l'individuo resiste, non cede, e continua a spendere risorse;
4. le risorse sono esaurite, e si smette di resistere: si rinuncia.

Dopo aver curato migliaia di pazienti per le più svariate psicopatologie, Giorgio Nardone sostiene che la maggior parte degli stati depressivi, da un punto di vista psicologico, derivano proprio da una situazione problematica che non si è riusciti a risolvere. Le depressioni endogene, non legate a eventi esterni, non rappresenterebbero che un'esigua minoranza.

In quest'ottica una situazione stressante può essere in grado di far cadere in uno stato depressivo il soggetto che, arrivato alla fase di rinuncia, ha abbandonato ogni speranza di superare una difficoltà o un conflitto.

Alcune ricercatrici affiliate al Centro di Terapia Breve Strategica (Muriana e altri, 2004) hanno di recente proposto un protocollo di cura per la depressione basato sul metodo strategico.

Dalla loro ricerca emerge che l'atteggiamento comune nelle persone depresse consisterebbe proprio nella rinuncia.

Persino gli animali, se sottoposti a ripetuta frustrazione dei loro tentativi di procurarsi il cibo, alla fine abbandonano e cadono in uno stato di prostrazione e rinuncia del tutto simile a quello degli esseri umani. Ciò almeno a giudicare dai correlati neurofisiologici che possono essere misurati.

Conclusioni

Le origini di questa malattia non sono ancora perfettamente note. Tuttavia, in un gran numero di casi sembrerebbe che esse siano da ricercare nella vita relazionale e sociale del soggetto, unitamente a fattori biologici e genetici.

Quando le cause sociali e relazionali non fossero subito evidenti, ciò potrebbe essere dovuto alla scarsa propensione della persona a raccontare di sé. In questo caso lo psicologo è particolarmente avvantaggiato ed equipaggiato, data l'essenza stessa della sua professione, nel far fronte a questa difficoltà.

Molti specialisti sono attualmente convinti che la cura migliore per questa malattia consista in un'efficace psicoterapia, supportata nelle fasi iniziali da una somministrazione controllata di farmaci.

L'uso del "tampone" farmacologico consente di ristabilire uno stato accettabile di salute nel paziente che, a sua volta, permetterà allo psicoterapeuta di svolgere in maniera ottimale il suo lavoro.

(leggi anche gli altri articoli)



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"Le persone depresse pensano di conoscersi, ma ciò che esse conoscono è forse solo la depressione"
-M. Epstein




Depressione




"La depressione è rabbia spalmata finissima"
-G. Santayana















































































"Molto di ciò che oggi viene chiamata depressione non è niente di più che un corpo che ha bisogno di lavorare"
-G. Norman




Tristezza




"Se sei malato fisicamente puoi suscitare l'interesse di frotte di medici. Se sei malato mentalmente sei fortunato se si fa vedere il portinaio"
-M. H. Fischer
"La recessione è quando il tuo vicino perde il posto di lavoro. La depressione è quando tu perdi il tuo"
-H. S. Truman




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